La fame di legname della Cina minaccia il patrimonio forestale globale

12 Maggio 2006

HONG KONG: La fame di carta della Cina non fa che alimentare l’espansione delle fabbriche per la produzione di cellulosa accelerando la scomparsa delle foreste vergini in Paesi come l’Indonesia, sostiene uno studio sull’industria della carta nel mondo.

David Kaimowitz, direttore generale del Centro per la Ricerca Forestale Internazionale (CIFOR) ha riferito della costruzione di fabbriche di cellulosa senza che organi finanziari, quali la Banca Mondiale, abbiano effettuato alcuna verifica sulla sostenibilità dei progetti.

La filiale privata della Banca Mondiale, la International Finance Corporation (IFC), ha affermato di non aver mai finanziato alcun progetto senza aver prima preso in considerazione lo studio sull’impatto ambientale e sociale del suddetto.

Il rapporto del CIFOR prende avvio proprio dall’analisi di 67 progetti di fabbriche per la produzione di cellulosa per cui è previsto un investimento di 50-60 miliardi di dollari nei prossimi 10-15 anni, oltre ai 40 miliardi di dollari già spesi nei 15 anni scorsi.

Secondo lo studio, gli impianti di produzione di cellulosa, come Asia Pulp and Paper (APP) e l’indonesiana Asia Pacific Resources International Ltd. (APRIL), spesso sopravvalutano il volume e la sostenibilità delle risorse forestali.

Degli esperti della CIFOR hanno calcolato che la richiesta di carta della Cina arriverà a toccare quota 68.5 milioni di tonnellate nel 2010, rispetto ai 48 milioni del 2003 e i 14.6 milioni del 1990.

La Cina, secondo produttore al mondo di carta dopo gli Stati Uniti, sarà presto costretta a soddisfare il suo crescente appetito rivolgendosi sempre più all’estero – in parte anche a causa di un divieto di disboscamento in vigore nel Paese — verso Paesi quali il Brasile e l’Indonesia, dove il controllo forestale è ancora molto debole.

CIFOR sta perciò facendo pressione sulle istituzioni finanziarie, enti privati compresi, affinché si sforzino di cercare quante più informazioni possibili circa la provenienza del legname, inclusa la stessa International Finance Corp, accusata di non aver condotto verifiche per il progetto di 1.7 miliardi da realizzarsi in Uruguay o nel caso delle fabbriche costruite dalla finlandese Metsa-Botnia e la spagnola Ence.

Ylenia Rosati