La legge indonesiana apre ai “non nativi”

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17 Luglio 2006

GIAKARTA – Un cinese ai vertici del governo indonesiano? Da oggi è possibile, almeno sulla carta. Il merito è della nuova legge sulla cittadinanza approvata di recente dal parlamento indonesiano, che rivoluziona il modo di concepire i rapporti tra "nativi" e "non nativi". Anche chi, come gli indonesiani-cinesi, fino a ieri era incluso nella seconda categoria potrà diventare indonesiano a tutti gli effetti, purché sia figlio di cittadini indonesiani, e dunque immigrato almeno di terza generazione. Un cambiamento comunque non da poco, se si tiene conto che i cinesi residenti in questo paese per decenni hanno dovuto subire un trattamento da cittadini di serie B. Proprio loro saranno i maggiori beneficiari di questa nuova normativa che condanna formalmente, e legalmente, ogni tipo di discriminazione su base etnica. Sanzioni sono previste per chi non rispetterà le regole. La vita degli indonesiani-cinesi diventa così un po’ più libera: non solo non saranno più obbligati a produrre un documento di cittadinanza ogni qualvolta intraprenderanno un iter burocratico (come chiedere un certificato di nascita o matrimonio, aprire un conto in banca o iscriversi all’Università), ma potranno anche concorrere per le più alte cariche istituzionali, come non succedeva da ormai quasi mezzo secolo. È dai tempi della dittatura militare di Suharto (1967) che in Indonesia serpeggia questo astio nei confronti dei cinesi. Salito al potere dopo un fallito colpo di stato attribuito al partito comunista indonesiano, il generale inaugurò una vera e propria campagna anti-comunista e, di conseguenza, anti-cinese. Ruppe le relazioni diplomatiche con Pechino e varò una serie di leggi che limitarono fortemente le opportunità politiche, militari e accademiche dei cinesi, a cui venne negata anche ogni forma di libertà culturale e religiosa. La situazione per loro migliorò con la caduta di Suharto nel 1998, ma non di molto. I cinesi d’Indonesia sono ancora oggi guardati con sospetto per via del loro grande peso economico: rappresentano il 4-5 % della popolazione, ma controllano all’incirca il 60% dell’economia privata. Una realtà che evidentemente viene percepita come "oltraggiosa" dalle altre etnie, soprattutto perché legata a una comunità "chiusa" per tradizione come quella cinese. Su questo punto conviene anche Eddie Lembong, presidente della "Perhimpunan Indonesia Tionghao" (l’associazione degli indonesiani d’origine cinese), che sprona i suoi connazionali a un maggiore impegno per "diminuire il divario in campo economico e sociale" e, soprattutto, per praticare quella che lui definisce la "socializzazione interculturale". Un obiettivo di certo non facile, ma che il nuovo, storico provvedimento legislativo potrebbe rendere più semplice.

Raffaella Serini

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