La moda e il design in Giappone: il parere degli esperti.

12 Luglio 2007

La doppia intervista: Patrizia Coggiola ed Aldo Premoli

TOKYO: È il primo giorno di Moda Italia qui a Tokyo, quando ci dirigiamo verso la South Wing dell’Hotel Okura, dove si sta svolgendo la manifestazione, per andare a parlare con i due esperti di moda presenti all’evento, approfittando della presenza di entrambi, dato che alla tappa di Osaka il Dott. Premoli non sarà presente.

Corriere Asia: Che cosa potete dirci sul Giappone e sullo stato della moda qui?

Patrizia Coggiola: Ormai è la sesta edizione di Moda Italia qui a Tokyo a cui presenzio: sono arrivata per la prima volta nel 2003, in una situazione di incertezza dovuta sia all’ingresso e al rafforzamento dell’Euro che all’11 settembre. Per sua natura, il settore della moda risente delle tendenze di mercato con un anno di ritardo rispetto allo svolgimento dei fatti che le hanno causate, e quindi il 2003 si è trovato ad essere proprio l’anno in cui l’onda di questi eventi si è ripercossa sul settore, anche qui in Giappone.

Da allora in avanti, comunque, c’è sempre stato un piccolo ma costante miglioramento del settore che prosegue anche oggi.

Aldo Premoli: Io ho una grandissima ammirazione per il Giappone e la sua estetica raffinatissima, anche se fatico a spiegarmela fino in fondo. I giapponesi non sono, come molti pensano, delle "fashion victims", soprattutto i giovani, hanno anzi al contrario una capacità di assemblamento di capi diversi assolutamente particolare, che sarebbe provinciale definire come mancanza di gusto, e sono dei consumatori particolarmente attenti al design e alla qualità.

CA: Le aziende presenti a Moda Italia sono tutte piccole e medie imprese. Quali sono i punti di forza e quelli di debolezza rispetto alle grandi firme?

PC: In generale le aziende del settore tessile italiano sono per la maggior parte imprese a conduzione familiare, di piccole dimensioni e quindi più agili delle grandi aziende, e si basano su una produzione non di livello industriale ma manifatturiero.

Se da una parte questo è una garanzia di qualità, dall’altra rende particolarmente gravoso il processo produttivo, ed in un mondo in cui è più pensabile presentare lo stesso prodotto per mercati diversi, penso alla Russia, all’Asia o al Sud America, ciò implica un grosso sforzo da parte della piccola azienda per far combaciare le aspettative di uno (dei tanti) mercati con le proprie capacità senza compromettere la qualità del prodotto.

AP: Oggi non esiste più il concetto delle due collezioni per annata: il mercato globalizzato non lo permette e le imprese di moda producono continuamente nuovi campioni.

La forza delle piccole industrie sta nel mestiere, nell’arte che questi artigiani, anzi questi artisti della moda mettono nel loro prodotto. Queste capacità fanno gola alle grandi firme, che spesso cercano di entrarne in possesso tramite acquisizioni, non rendendosi conto che una volta snaturato il metodo di produzione o anche solo di marketing di queste piccole imprese, il prodotto perde inesorabilmente le caratteristiche che lo avevano reso unico, in definitiva uccidendolo.

CA: Dott.ssa Coggiola, qual è l’attuale situazione delle piccole/medie imprese e quali prospettive ci sono per il mercato giapponese?

PC: Oggi siamo in una situazione in cui le certezze che c’erano una volta sono tutte da ricostruire e riconfermare volta per volta, e c’è l’esigenza di una nuova definizione dei rapporti di mercato.

Il mercato giapponese è uno sbocco particolarmente valido per il Made in Italy, anche se bisogna confrontarsi con il crollo del potere d’acquisto da parte del consumatore nipponico a causa della debolezza dello Yen sull’Euro. Quello che non è cambiato è la predilezione del Giappone per il prodotto italiano, un prodotto dalla qualità e dal design ricercato, creato utilizzando materiali eccellenti, caratteristiche queste da cui il consumatore giapponese è sempre attratto.

Negli anni ’90, l’ingresso della Cina sul mercato, con tutto il suo peso, aveva fatto pensare a molti di delocalizzare le proprie manifatture, andando a produrre magari nell’Europa dell’Est, per tentare la competizione a livello non qualitativo ma quantitativo con colosso asiatico, una battaglia persa in partenza. Oggi invece assistiamo al processo inverso: quelli che avevano tentato la strada della delocalizzazione, con le conseguenti e naturali perdite per quel che concerne la qualità, stanno progressivamente tornando in Italia. Si è capito insomma che l’unica strada percorribile per le imprese italiane, soprattutto se di dimensioni ridotte, è quella di fare tesoro delle proprie arti e particolarità e concentrarsi sullo sviluppo di un prodotto che non può e non deve essere di massa, ma di lusso.

CA: Per finire, Dottor Premoli, lei in quanto analista di trend, che cosa può dirci?

AP: L’analisi delle tendenze non ha il compito di dire all’imprenditore come preparare il proprio campionario, ad esempio se la prossima stagione andrà il tacco alto tot, o la scarpetta rossa, no.

I trend si interpretano tramite una serie di segnali che sta poi all’analista tradurre per il produttore, che poi deve pensare da solo a come tramutarle in prodotto finito, in base alle proprie specificità e al proprio prodotto.

Ad esempio, sta all’analista leggere e trasmettere per tempo agli imprenditori la nuova sensibilità dei consumatori verso l’ecologia o l’ecosostenibilità, ma è poi compito di chi produce concretizzare i suggerimenti ricevuti nei modi che più si confano al proprio preodotto: si può andare dall’uso di colori naturali a quello di tessuti naturali al 100% o ancora ricorrendo al commercio equo e solidale, e così via.

Per quanto riguarda il Giappone, sono convinto che i giapponesi siano tra i pochi in grado di capire fino in fondo e quindi apprezzare il prodotto italiano, e la ragione me la spiego facendo riferimento ad altri campi, dai tessuti alla cucina.

Nel campo dell’alta moda, i tessuti utilizzati sono quasi esclusivamente italiani e giapponesi: al 90% italiani, ma se uno stilista vuole tentare soluzioni particolarmente stravaganti o particolari, è sui tessuti giapponesi che si orienta.

Ancora, se pensiamo all’architettura, i più grandi maestri contemporanei di dove sono? Inglesi o con background londinese, giapponesi ed italiani.

Pensiamo poi alla cucina: quali sono le quattro più importanti cucine del mondo? Quella francese e quella cinese, imperiali e ricchissime, e le cucine italiana e giapponese, che sono poi fondamentalmente eccellenti cucine casalinghe.

Sono solo alcuni degli esempi in cui si potrebbero accostare le esperienze e i gusti italiani e quelli giapponesi, e davvero è pensabile pensare che si tratti solo di un caso? Io credo proprio di no.

Gigi Boccasile

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