La pirateria non risparmia nemmeno le società cinesi

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3 Luglio 2006

PECHINO: Il dizionario inglese-cinese della Kingsoft Corp. è usato da oltre 60 milioni di pc cinesi, ma Kingsoft non ci guadagna nulla perché il 90% di quelle copie sono pirata.

Uno dopo l’altro, i produttori di software di Pechino ha visto crollare le vendite di questi prodotti dopo l’arrivo delle copie a basso prezzo del mercato nero.

Oggi, i programmatori di Kingsoft si stanno impegnando a creare qualcosa che non possa essere copiato.

"La pirateria ha avuto per noi delle grosse conseguenze, impedendo di rafforzarci e competere con Microsoft", dichiara il chief operating officer della Kingsoft.

Ma la Kingsoft non è sola vittima della pirateria. Le copie illegali di musica, film e software che hanno scatenato ondate di protesta dagli States, dall’Ue e altrove sta colpendo anche le società cinesi. Private dello loro vendite nel loro mercato interno, le società sono a corto di soldi per sviluppare nuovi prodotti per competere con i rivali stranieri.

Le perdite causate dalla pirateria si rivelano dannose soprattutto ora che la leadership comunista vorrebbe che la Cina trasformasse quell’immagine di "fabbrica del mondo" in "società innovativa", produttrice delle sue tecnologie e dei suoi brand.

La Cina è da tempo la fonte principale di copie illegali, le cui esportazioni costano ai produttori nel mondo fino a 50 miliardi di dollari l’anno di vendite potenziali perse.

Il Governo ha cercato di bloccare il mercato nero dei software ordinando ai produttori di pc di vendere pc solo con sistemi operativi legali già installati. Le autorità hanno inoltre chiesto la rimozione di software pirata dai pc governativi. E le società cinesi stanno lottando in tribunale. Secondo il Governo, la pirateria sarebbe la causa del 90% dei processi contro violazioni del copyright e del marchio. Nonostante le continue critiche da parte dei governi stranieri e dei gruppi commerciali, la pirateria in Cina continua a crescere, insieme al boom economico.

Le perdite causate dalla pirateria dei software va soprattutto contro gli ambiziosi obiettivi cinesi. Pechino vorrebbe vedere fiorire la sua industria per creare più posti di lavoro e ridurre così la sua dipendenza dai software stranieri, che i comunisti considerano una debolezza strategica.

La Cina possiede tantissime piccole società di software e le sue università sfornano migliaia di programmatori ogni anno. Ma colpiti dalla pirateria, i produttori di software (quali DHC, Sinocom Software Group Ltd., Broaden Gate Systems Inc) sono passati dalla vendita dei prodotti dei propri brand alla mediazione per società straniere americane e indiane, proprio quello stato di anonimato che i leader cinesi non vorrebbero.

Anche se la Cina è il secondo maggiore mercato di pc al mondo, il mercato legale dei software è relativamente piccolo, per il forte tasso di pirateria. Il problema non è solo l’assenza di un controllo del governo, ma anche dei consumatori cinesi che non ci vedono nulla di male nell’acquistare prodotti pirata, e per cambiare il loro atteggiamento serve tempo.

Ylenia Rosati

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