La popolazione Thai invoca il ripristino della democrazia

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30 Marzo 2007

BANGKOK: A sei mesi dal colpo di stato che ha portato alla destituzione del primo ministro democraticamente eletto Thaksin Shinawatra, la popolazione Thai sta oggi iniziando ad invocare con insistenza il ritorno ad un sistema democratico che si sostituisca alla giunta militare attualmente al potere.

Ad eccezione del settore militare, infatti, che ha visto accrescere in misura notevole le risorse finanziarie a propria disposizione, la sensazione diffusa tra i thailandesi è che ben pochi altri settori abbiano effettivamente beneficiato del cambio al vertice.

Oltre a ciò, l’escalation di violenza che sta interessando le province a maggioranza musulmana nel sud del paese e le perplessità del mondo degli affari in merito all’efficacia delle politiche economiche emanate dalla giunta militare rappresentano ulteriori fattori che contribuiscono ad alimentare il clima di incertezza e di instabilità politica ormai ampiamente diffuso tra la popolazione.

Secondo un recente sondaggio, infatti, la maggioranza degli elettori thailandesi auspicherebbe il ritorno alle urne prima del mese di settembre e al solo fine di porre termine all’attuale situazione di incertezza politica si esprimerebbe a favore del nuovo testo costituzionale promosso dalla giunta militare al potere. I consensi a favore del governo, in particolare, sono crollati dall’80% di sei mesi fa all’attuale 40%.

Il colpo di stato dello scorso 19 settembre da parte dell’esercito portò alla destituzione dell’allora premier Thaksin Shinawatra mentre questi si trovava negli Stati Uniti per una conferenza presso le Nazioni Unite. Nei confronti di Shinawatra, accusato da più parti di corruzione, è stato posto il divieto di far ritorno in Thailandia.

La successiva nomina come primo ministro ad interim di Surayud Chulanont, rispettato comandante dell’esercito in pensione, aveva suscitato gli entusiasmi di quanti auspicavano un pronto ritorno ad un clima di armonia e di stabilità politica. Ma ad oggi queste aspettative risultano sotto diversi punti di vista totalmente disattese: la legge marziale istituita in occasione del colpo di stato è tuttora in vigore in molte regioni del paese, così come numerose restrizioni alle libertà civili che paralizzano le iniziative economiche e politiche della cittadinanza.

I militari autori del colpo di stato, oggi al potere con la denominazione di Consiglio per la Sicurezza Nazionale (Council for National Security), hanno altresì messo al bando la previgente costituzione, promettendo di indire nuove elezioni ed un referendum popolare sul nuovo testo costituzionale entro la fine di quest’anno. Tuttavia, oggi sono in molti a dubitare che le scadenze indicate dalla giunta al potere verranno effettivamente rispettate.

Al momento della nomina come primo ministro, Surayud Chulanont aveva dichiarato che la priorità del suo governo era rappresentata dall’urgenza di riportare la pace nel sud del paese, dove più di duemila persone hanno perso la vita negli ultimi tre anni per effetto delle violenze scatenate da gruppi islamici separatisti. Ma gli episodi di violenza anzichè diminuire sono incrementati vertiginosamente nelle ultime settimane, estendendosi anche in alcune aree centrali del paese. Il nuovo governo è stato anche accusato da alcune organizzazioni umanitarie di aver ucciso o "fatto sparire" dei sospetti militanti islamici.

Secondo il giudizio espresso dal mondo degli affari,, il governo non ha prodotto risultati migliori sul fronte economico. I controlli sui capitali, imposti lo scorso dicembre e volti a stabilizzare il bath per favorire le esportazioni, sono stati accolti con diffuso scetticismo, così come le restrizioni imposte sugli investimenti stranieri in Thailandia.

"Le persone al potere sono incapaci di governare. Hanno fatto deragliare il paese ed ora non sono in grado di riportarlo sui binari", ha affermato Jon Ungpakorn, ex senatore ed oggi attivista sociale. "L’unica certezza è oggi l’instabilità. E se il nuovo testo costituzionale non dovesse essere valido o se elezioni dovessero essere posticipate, allora dovremo aspettarci nuove e ben più aspre tensioni ".

Fabio Grandin