La presidenza dell’AIMPES ad Osaka: l’intervista a Giorgio Cannara

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giorgio cannara
Per la prima volta dopo 15 anni dalla sua prima edizione, la manifestazione “Moda Italia”, organizzata dall’ Ice (Istituto per il Commercio Estero), all’hotel Hilton il 12 e 13 luglio, ha visto anche Osaka, oltre Tokyo, palcoscenico fondamentale dell’iniziativa. Si dicono molto soddisfatti gli organizzatori, per la presenza di più di quaranta giornalisti, una televisione locale, e più di mille visitatori agli stand. “Ormai non possiamo tornare indietro” ha detto Paolo Quattrocchi dell’Ice, “non rifare una presentazione di questo tipo a gennaio sarebbe un grande errore. Abbiamo cominciato un discorso che vogliamo continui, e che vede il Made in Italy ancora una volta protagonista”.Nell’ambito di questa manifestazione, Corriere Asia ha incontrato Giorgio Cannara, presidente dell’ Aimpes (Associazione Italiana Manifatturieri Pelli e Succedanei) e titolare dell’azienda di pelletteria Sander’s.

Conscio della bellezza del proprio prodotto, sempre affiancato dalla sua interprete, Cannara appare tranquillo, riposato, a suo agio come fosse nel salotto di casa. Ed effettivamente è un po’ come esserlo, per lui, dal momento che la sua azienda, nata a Parma nel 1967, ha come principale punto di riferimento il mercato giapponese, che addirittura scavalca quello italiano.

Corriere Asia: Da quanto tempo partecipate a Moda Italia?

Giorgio Cannara: Partecipiamo da 15 anni due volte all’anno, a gennaio e a luglio. Oltre a questo, come pellettieri esponiamo, praticamente da sempre, anche alla Promopel, una fiera rivolta esclusivamente ai pellettieri, organizzata all’Aimpes ad aprile e ottobre.

CA: Com’è il mercato giapponese per ciò che riguarda la pelletteria?

GC: Il mercato giapponese è un mercato fondamentale per il nostro settore, perché le donne giapponesi amano molto le borse, e addirittura ne portano due (una per il lavoro e una per il “piacere”). Pertanto il prodotto di pelletteria italiano qui è particolarmente apprezzato, e questo lo vediamo non solo dai dati ufficiali, dai quali risulta la Svizzera il primo importatore, ma soprattutto dal mercato. In realtà, infatti, è il Giappone il primo importatore, perché molte grandi aziende hanno semplicemente la loro sede logistica in Svizzera per una questione di tassazione.

CA: In che modo siete presenti sul territorio giapponese?

GC: Venendoci fisicamente quattro volte all’anno, durante le esposizioni: praticamente ogni tre mesi siamo qui. Inoltre, due volte all’anno esponiamo a Milano al Mipel, e lì rivediamo alcuni nostri clienti giapponesi. Non abbiamo una struttura fissa sul territorio, solo le grandi aziende possono permetterselo.

CA: Dove operate in Giappone e che tipo di clientela avete?

GC: Operiamo esclusivamente a Osaka e Tokyo. Qualche anno fa siamo andati anche nel sud del Giappone, ma poi abbiamo puntato solo sulle due città principali. Il giapponese è un cliente che si muove molto, e che non ha nessun problema a spostarsi. Tra l’altro abbiamo tutti i generi di clientela: dai rappresentanti dei grandi magazzini, al grossista, dall’importatore al dettagliante.

CA: Quali sono le difficoltà finora riscontrate?

GC: A dire la verità l’unico problema è l’Euro, troppo forte in questo momento. La difficoltà tecnica è esclusivamente questa, perché comunque i prodotti italiani piacciono. Sono soprattutto apprezzate la fantasia e la creatività.

CA: Quali consigli darebbe a imprenditore che volesse entrare nel mercato giapponese?

GC: Innanzitutto mi permetto di dire che un imprenditore che non conosce questo mercato sarebbe meglio cambiasse mestiere. Chi è nel settore della pelletteria chiaramente sa che cos’è il Giappone, lo conosce, e mi sembrerebbe pretenzioso dare dei consigli. Chi viene in contatto con i giapponesi, attraverso le tante fiere, comincerà ad apprezzarne la serietà, e forse rimarrà stupito per la pignoleria: loro guardano anche la virgola, ed è difetto tutto, mentre per noi non è così.

Ma qui, per il principio secondo cui il cliente è dio, nel momento in cui un compratore si lamenta di una cosa bisogna riconoscerne le ragioni, altrimenti lo perdi. Si hanno sicuramente molti aspetti positivi da questo mercato, ma bisogna stare particolarmente attenti.

Imparare il giapponese comunque costituisce un grande vantaggio, perché puoi dare maggiori informazioni, entri maggiormente in contatto con la loro realtà. Nel momento in cui devi passare da un interprete, per quanto bravo sia, è un freno. Si presume che l’interprete capisca, poi bisogna vedere se effettivamente traduce bene.

CA: Cosa è cambiato in questi anni?

GC: L’unica cosa che mi sembra sia cambiata, dopo tanti anni in Giappone, è che mentre l’operatore italiano, che lavora da molto tempo qui, si è “giapponesizzato”, i giapponesi, lavorando con gli italiani, si sono “italianizzati”. Una volta erano molto precisi, molto ordinati, oggigiorno lo sono un po’ meno: una volta dicevano “ritorno” e tu eri sicuri che sarebbero tornati; oggi dicono “ritorno” ed è un modo per dirti “me ne vado”. Prima il biglietto da visita lo davano sempre e comunque, oggi lo danno solo se ritengono di voler allacciare qualche relazione. Una volta erano i giapponesi che sollecitavano le risposte degli italiani, adesso siamo noi che dobbiamo sollecitare.

CA: Nota delle differenze tra Osaka e Tokyo?

GC: Noto delle differenze soprattutto dal punto di vista umano. A Osaka è molto più facile stringere relazioni anche personali, mentre a Tokyo è più difficile, perché sono più chiusi. In passato erano addirittura due mondi diversi: a Tokyo compravano dei prodotti che a Osaka non volevano e viceversa. Adesso invece la situazione è cambiata, e le differenze sono minori.

Paolo Soldano
OSAKA 16 Luglio 2007

Redazione

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