In Asia tutto corre veloce, l’economia, le trasformazioni sociali, i fenomeni demografici e lo sviluppo industriale e tecnologico. In linea con il boom economico, anche il cambiamento politico ha inciso in modo significativo sulla regione ed in particolare nel Sud est asiatico, dove il mondo cambia a velocità superiori ma senza conflitti evidenti come in Medio Oriente o in Nord Africa e senza le crisi valutarie di altre regioni, creando rivoluzioni silenti ma con effetti evidenti su tutta l’Asia Orientale.

In Malesia il Primo Ministro, Najib Razak, ha recentemente annunciato l’abrogazione di due importanti leggi interne di sicurezza, garantendo maggior liberalizzazione e meno filtri e censura sui media. In Thailandia, il partito Pheu Thai del deposto ex primo ministro, Thaksin Shinawatra, ora guidato dalla sorella minore, Yingluck, ha ottenuto una vittoria elettorale schiacciante nel mese di luglio, mostrando il desiderio del Paese per un nuovo cambiamento politico radicale.

Il Myanmar sembra voler abbandonare il regime di dittatura militare che ha bloccato il Paese durante gli ultimi anni, mostrando segni di apertura con Paesi stranieri, la volontà di liberare Aung San Suu Kyi, leader carismatica dell’opposizione politica e di avere un parlamento che possa finalmente funzionare.

Anche in quest’area del mondo la minaccia diretta del potere popolare e dell’opinione pubblica ha spinto la voglia di riforma e realizzato questa rivoluzione silente; con meno violenza e senza troppo rumore. In Thailandia e in Malesia, camice rosse e manifestanti hanno piu’ volte forzato le autorità a fermare il sistema per cogliere le richieste popolari di riforma politica. La repressione contro manifestazioni di strada si e’ arrestata di fronte ad una tempesta di condanna nazionale e internazionale da parte dei media.

La rivoluzione silente del Sud Est Asiatico ha acceso i toni a Bangkok, dove novanta persone sono state uccise lo scorso anno in scontri tra i soldati e le camicie rosse, confermando che in Thailandia, l’esercito svolge un ruolo intrusivo nella vita politica. E la violenza è scoppiata ancora in Myanmar spingendo le richieste di cambiamento politico.

Le contestazioni e gli scontri hanno inciso in questi paesi del Sud Est Asiatico seguendo la scia globale di una rivoluzione dei paesi emergenti e del Sud del mondo che chiede maggiore equilibrio e rifiuta le dittature e i regimi del passato. I moti del Myanmar e della Thailandia sono significativi ma ben lontani dalla rivoluzione violenta che ha colpito il mondo arabo, segnato da guerre civili e una crisi integrale.

Di certo si valuta l’effetto delle reazioni a catena, considerando che la voglia di rivalsa, in linea con lo sviluppo economico della regione asiatica potrebbe portare anche Cambogia e Vietnam ad avere rivoluzioni piu’ o meno silenti. Questo fenomeno globale sembra disinguere in modo netto le modalita’ di cambiamento del mondo asiatico, sempre prudente e pacato nei toni, dall’occidente e dal mondo arabo, ma le alleanza Sud-Sud tra dittatori e sistemi politici dei paesi emergenti sembrano essere rimesse in discussione.

Se Pechino si e’ ricavata il ruolo di capitale mondiale delle economie in sviluppo, la Cina deve riflettere sugli equilibri della regione valutando con attenzione l’impatto di questa rivoluzione silente sulle proprie province e citta’. Non solo da Lhasa a Ulumiqi ma in tutta la regione costiera dove il progresso e lo sviluppo sono il motore dell’Asia. Gli affari e le strategie di cooperazione tra Cina, Africa e Asia emergente rischiano di accendere la rivoluzione in corso e non solo di rafforzare l’economia di Pechino e il suo ruolo di leader. Le dittature del Sud, oltre ai successi, devono fare i conti con la voglia di cambiamento che lo sviluppo economico comporta.

Lorenzo Riccardi – Dottore commercialista, Shanghai
lr@rsa-tax.com – RsA Asia
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