L’analisi: cresce l’intesa economica tra India e Cina, con attenzione ad energia e ambiente

23 Agosto 2007

Si è appena chiuso un semestre strabiliante nelle relazioni commerciali tra India e Cina. Da gennaio a giugno il totale degli scambi bilaterali ha superato i 17 miliardi di dollari (precisamente 17,20), con un incremento del 47,97% rispetto allo stesso periodo del 2006. Si tratta dell’ovvia conseguenza delle continue e crescenti intese che in un decennio hanno accorciato le distanze tra New Delhi e Pechino. Una serie di accordi, commerciali e di cooperazione, basati su strategie comuni volte da un lato a consolidare il primato economico del Dragone, dall’altro a velocizzare la corsa dell’Elefante.

Risultati raggiunti in pieno, lo dimostrano i numeri. Mentre nel 1995 l’interscambio India-Cina aveva di poco superato il miliardo di dollari, al termine del passato esercizio eravamo già a 25,05 miliardi, record avvicinato nel primo semestre 2007 e destinato ad essere polverizzato entro fine anno.

Venendo ai dati forniti dai rispettivi governi, i settori nei quali sono maggiormente concentrate le esportazioni della Cina in India vedono macchinari e attrezzature per l’industria, elettronica, chimica, tessile, minerario, lavorazione dei metalli, materie plastiche, gomma, ceramica, vetro e strumenti di precisione. Nel senso opposto, l’India esporta in Cina soprattutto calzature, prodotti agricoli, pellame, preziosi e gemme, poi minerali, prodotti metallurgici, elettronici, chimici, materie plastiche, gomma, macchinari e tessili. Sebbene il paniere commerciale sia piuttosto omogeneo, recentemente è aumentato il divario delle rispettive esportazioni, a sfavore dell’India.

Se nel 2005 l’export indiano in Cina si era chiuso in attivo, con 843 milioni di dollari in più rispetto alle esportazioni cinesi in India, lo scorso anno la bilancia è passata dalla parte opposta, con 4,11 miliardi di dollari in più per Pechino. Divario destinato ad aggravarsi ulteriormente in questo esercizio, che già vede l’export cinese a 10,24 miliardi (+ 64,07% rispetto al 2006) mentre quello indiano ha raggiunto quota 6,9 miliardi (+ 29,29%). Uno squilibrio inferiore rispetto a quello dello scorso anno (per ora), ma cresciuto in modo esponenziale, basti pensare che a marzo era di 1,03 miliari di dollari, mentre a fine semestre aveva superato i 3,34 miliardi. Trend che ha creato un certo allarmismo tra i vertici del governo di New Delhi, già attivi per cercare di arginare il problema.

Sulla questione è intervenuto il ministro indiano per il commercio e l’industria Kamal Nath, che durante una recente missione istituzionale in Cina, ha puntato il dito sulla limitata varietà del paniere commerciale alla base degli scambi tra le due nazioni. "Per rendere la crescita reciproca meglio sostenibile — ha spiegato alla controparte cinese Bo Xilai –, è necessario diversificare, andando ad implementare nuovi settori nei quali l’India ha molto da offrire". Un riferimento ad agricoltura, industria casearia, food processing, automotive, industria farmaceutica, sanità, macchinari industriali e information technology. Di certo, vista la vivacità con cui India e Cina stanno interagendo, c’è da scommettere che in breve la bilancia degli scambi tornerà ad appianarsi.

Senza dubbio però, le intese dei due giganti asiatici non si limitano al commercio bilaterale, ma coinvolgono anche altri ambiti, come la cooperazione in campo energetico. A fare da apripista fu la China International Petroleum Corporation, tramite la sottoscrizione di un accordo con l’indiana Oil and Natural Gas Corporation per lo sfruttamento coordinato di alcuni giacimenti in Sudan.

Allo stesso modo, nel 2005 le due società unirono gli sforzi aggiudicandosi il 38% delle partecipazioni della Petrol Canada nei giacimenti Siriani. In linea con la crescente ‘fame’ di risorse energetiche sofferta da entrambi i paesi, nel 2006 il ministro indiano per il petrolio e i gas naturali Mr Aiyar ha firmato a Pechino un memorandum of understanding per rafforzare la cooperazione nel settore petrolifero e dei gas naturali.

A questo si aggiunge la recente nascita in India della Sinosteel India Private ltd, jv sino indiana appoggiata da entrambi i governi e destinata a sviluppare nuove sinergie nel campo dell’estrazione mineraria. L’accordo prevede l’utilizzo delle tecnologie e strumentazioni cinesi nei ricchi giacimenti indiani, dai quali in appena 5 mesi sono state ricavate ben 31,46 milioni di tonnellate di ferro. Infine, oltre ad intensificare gli approvvigionamenti di petrolio, gas e carbone, India e Cina sembrano intenzionate a cooperare anche in campo ambientale, per ridurre le emissioni di gas serra causa del surriscaldamento globale e dei principali cambiamenti climatici.

Sono i buoni propositi discussi dal premier indiano Manmohan Singh e dal presidente cinese Hu Jintao nel corso del G8 di giugno in Germania. Inevitabile lo scetticismo di tanti, ma visti i ritmi con cui interagiscono i due giganti asiatici, non stupirebbe poi tanto se i primi veri risultati nella salvaguardia del clima giungessero proprio da Cina e India.

Emanuele Confortin