L’approfondimento: le debolezze strutturali del sistema economico giapponese

18 Giugno 2007

TOKYO: Venerdì, in occasione di una conferenza organizzata dalla Yomiuri International Economic Society, l’ambasciatore degli USA a Tokyo, John Thomas Schieffer, ha avuto modo di tracciare una sintetica analisi delle attuali condizioni dell’economia giapponese.

Fedele al proprio ruolo istituzionale, Schieffer ha sottolineato i vantaggi che derivano alle due principali economie del mondo dall’intrattenere fra loro salde ed estese relazioni commerciali e diplomatiche, tali da consentire, su diverse questioni di rilevanza internazionale, di definire e porre in opera politiche condivise. Anche questo ha consentito al Giappone di attraversare il più lungo periodo di sviluppo economico dal dopoguerra.

In particolare, riguardo alle prospettive di crescita del sistema paese, l’ambasciatore si è allineato all’ottimismo di chi, per la prima volta dopo il "decennio perduto" dei ’90, ha cominciato a intravedere inequivocabili segnali di ripresa — "Japan is back", dunque.

La ricetta prospettata per un più rapido e stabile sviluppo dell’economia è in linea con gli orientamenti dell’amministrazione americana in materia di politica economica e, più in generale, richiama temi ricorrenti nelle relazioni fra i due paesi: meno vincoli protezionistici, più flessibilità per il mercato del lavoro, regolamentazione meno pervasiva.

Su questi aspetti, pur riconoscendo gli importanti passi avanti compiuti dal Giappone negli anni più recenti, l’ambasciatore non ha risparmiato critiche all’attuale assetto dell’economia, offrendo — è stato questo il principale merito del suo intervento — un quadro puntuale delle questioni più scottanti oggi all’attenzione delle autorità economiche e degli osservatori internazionali.

In primo luogo, Schieffer ha ricordato il bassissimo livello di produttività del comparto dei servizi, che pone un limite sostanziale allo sviluppo economico, interessando i 2/3 del prodotto interno lordo. Riforme strutturali e interventi di deregolamentazione del terziario sembrano quindi, nel medio periodo, scelte inevitabili.

In quest’ambito, particolarmente delicate appaiono le condizioni del mercato dei capitali e del sistema finanziario nel suo complesso, per il quale, a fronte delle costanti spinte evolutive che lo caratterizzano, è necessario assicurare "l’equilibrio fra l’integrità del mercato e la libertà di impresa".

E’ immediato il riferimento all’annosa questione della privatizzazione delle Poste giapponesi, che Schieffer richiama esplicitamente, echeggiando i timori espressi la scorsa settimana al senato di Washington dalla rappresentante per il commercio, Susan Schwab.

Secondo il programma di privatizzazione varato nel 2005 dall’allora Primo Ministro Koizumi, a partire dal prossimo ottobre l’attuale sistema postale sarà diviso in quattro unità separate: una compagnia di assicurazioni, una banca di deposito, una società che si occuperà dei servizi di recapito e una società per la gestione degli oltre 4.000 uffici postali presenti sul territorio giapponese.

Le società saranno raggruppate entro una stessa holding fino al 2017 e resteranno al 100% di proprietà pubblica fino al 2010, quando le azioni saranno immesse sul mercato.

Le preoccupazioni maggiori riguardano la Yucho Bank, il colosso destinato a gestire i 185.000 miliardi di yen di depositi postali, che sarà di gran lunga, nel mondo, l’intermediario finanziario con il più elevato valore di attività in bilancio.

Un comitato indipendente di valutazione istituito dal Governo ha approvato, l’8 giugno scorso, il business plan presentato dalle poste giapponesi in aprile, pur raccomandando un serio impegno per la riduzione degli asset e l’adozione di efficaci sistemi di controlli interni.

I dubbi, tuttavia, permangono in merito alla possibilità di altri soggetti di competere alla pari con la Yucho Bank nella raccolta del risparmio in Giappone.

I futuri concorrenti vogliono avere garanzia del fatto che lo Stato giapponese non sosterrà il nuovo soggetto economico con agevolazioni o sconti fiscali e che sarà rigoroso nell’imporre gli stessi vincoli regolamentari validi per gli altri istituti.

Si teme inoltre che la Yucho Bank intervenga sul mercato con nuovi prodotti e con politiche di raccolta aggressive, prima che siano rimosse le oggettive condizioni di vantaggio monopolistico di cui attualmente gode. Questo vale anche con riguardo alla garanzia implicita dello Stato sulle somme depositate presso un tale intermediario, che potrebbe essere percepita dai risparmiatori nei confronti di un soggetto di proprietà pubblica e potrebbe falsare le dinamiche del mercato dei capitali.

Infine — e ciò interessa particolarmente gli operatori stranieri, fra cui le grandi banche e le società finanziarie statunitensi — si vuole avere la certezza che la possibilità di collocare i propri prodotti attraverso la Yucho Bank sia concessa o negata secondo pure logiche di mercato, senza interferenze da parte del decisore pubblico.

Marco Zinna