L’intervista a Ilaria Maria Sala: l’Asia, una realtà letta troppo spesso solo attraverso la lente dell’economia

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11 Ottobre 2007

PECHINO: Intervista a Ilaria Maria Sala, giornalista, laureata in Cinese e Studi religiosi a Londra. Ha vissuto gli ultimi quindici anni a Pechino, Tokyo e Hong Kong dove è presidente del Foreign Correspondent’s Club.

Monica Piccini: Come e quando è nato il tuo desiderio di studiare il cinese e di trasferirti in Oriente?

Ilaria Maria Sala: Sono nata a Bologna e ho frequentato il liceo linguistico a Firenze. Lì ho imparato l’inglese, il francese e lo spagnolo. Al momento di decidere cosa fare dopo il liceo, pensai di controbilanciare la mia formazione eurocentrica frequentando una scuola, la School of Oriental and African studies di Londra, che già al secondo anno mi avrebbe permesso di partire per la Cina. Così ho potuto verificare in velocità che il tipo di studi scelto era quello giusto per me.

M.P.: Come fu il tuo primo impatto con la Cina?

I.M.S.: Ci sono arrivata a 20 anni, nell’ anno degli scontri di piazza Tian’ anmen, un momento storicamente molto importante. Facevo parte di un gruppo di studenti occidentali ospiti a Pechino in una delle due università da cui partirono le proteste. Il movimento studentesco era nato per onorare la memoria di Hu Yao Bang, un leader riformista del partito comunista cinese morto in disgrazia. Quella che era una semplice manifestazione diventò una rivolta quando il regime reagì con una totale chiusura alle manifestazioni degli studenti. Per me e i miei compagni di stage, che per la prima volta assistevamo a una manifestazione con un milione di persone e carrarmati per le strade, fu un impatto scioccante. Alcuni decisero che non avrebbero più messo piede in Cina, altri invece — tra cui io – si attaccarono ancora di più a quella terra. Volli restare per avere più elementi. Questa curiosità è stata l’inizio del mio mestiere di giornalista.

M.P.: Tu oggi vivi a Hong Kong, tornata alla Repubblica Popolare cinese nel 1997. Cosa ti piace della tua vita lì?

I.M.S.: Hong Kong é una città emozionante e complessa, ed é anche uno dei cuori dell’Asia. A Pechino si è ossessionati dalla Cina, a Delhi dall’India. A Hong Kong si puó pensare a entrambi i continenti, e a molti altri luoghi ancora. E’ una vera città internazionale. Io vivo in campagna, una dimensione di Hong Kong poco nota, ma che trovo ogni giorno sorprendente.

M.P.: A Hong Kong a differenza della Cina continentale c’è più libertà di stampa. Quali sono gli aspetti più difficili nello svolgere la tua professione?

I.M.S.: Quello del giornalista è il terzo lavoro più pericoloso in Cina, dopo il minatore e il poliziotto. Quando si attaccano i corrotti essere picchiati è all’ordine del giorno. Alcuni finiscono in carcere e se ne perde traccia. Se non peggio. Ma questo vale solo per i cittadini cinesi. Con gli stranieri c’è un tacito patto: se non s’immischiano troppo il governo garantisce, in cambio, una sorta di immunità. Una legge non scritta rimasta valida fino a pochi anni fa che però sembra sul punto di cambiare. Durante la rivolta nel Guandong infatti, alla fine del 2005, il governo ha sparato sui manifestanti, facendo 3 morti, e ha picchiato un cronista francese, unico straniero presente. Non era mai successo prima. "Semplici" arresti sì, ce ne sono stati, ma di pochi giorni. Per essere rilasciati basta firmare delle dichiarazioni di pentimento nei confronti del governo cinese.

M.P.: Proprio a Hong Kong hai incontrato per la prima volta Tiziano Terzani. Che legame hai avuto con lui?

I.M.S.: Il nostro primo incontro avvenne nel ’97 al Foreign Correspondents’ Club. Lui era con la moglie Angela e la figlia Saskia. Ci presentó un’amica comune. Ma il nostro rapporto si approfondì dopo che lesse alcuni miei reportages. Contrariamente a tanti personaggi noti, interessati solo di loro stessi, Tiziano era genuinamente interessato al lavoro di altri giornalisti, mai avaro di incoraggiamenti. Tiziano era una persona molto carismatica, di una grande simpatia istintiva ma anche con improvvisi rabbuiamenti. Discutere con lui, ascoltarlo infervorarsi sui temi che gli stavano a cuore, guardarlo scuotere la testa davanti a quelle che considerava i controsensi della vita, erano per me momenti preziosi, da cui ho imparato tanto e nei quali ho anche molto riso. Tiziano, infatti, aveva un gran senso dell’umorismo, e non gli dispiaceva essere preso un po’ in giro da chi rispettava e sul cui affetto sapeva di poter contare.

M.P.: A proposito dei tuoi reportages, leggendo Il Dio dell’Asia (Il Saggiatore, 2006) si ha l’impressione di salire su di uno di quei treni che attraversano lentamente il Sudest asiatico. Come è nato quel libro?

I.M.S.: E’ stato scritto in circa cinque anni, durante i quali mi sono documentata leggendo, libri, giornali, internet, visitando i luoghi e parlando con quante più persone possibile. Con questo libro ho voluto indagare una costante umana, ciò in cui si crede, di cui o non si parla o viene trattata in maniera superficiale ed esotica. Non tutti i reportages presenti nel volume sono stati fatti allo stesso modo. Per quanto riguarda Cina e Giappone, per esempio, ho attinto a quanto ho imparato nel corso dei vari anni di permanenza in entrambi questi Paesi. Ho vissuto quattro anni a Tokyo, ed ero sul posto nel periodo dell’attacco alla metropolitana da parte di Aum Shinrikyo. Per quanto riguarda le altre mete ho viaggiato sola, anche se qualche volta mi sono accompagnata con altre persone. La scrittura, per lo più, é stata fatta al ritorno, a Hong Kong, dopo le singole tappe. Il mio intento era raccontare un’umanità turbata dall’irrompere della modernità, desiderosa di fede e certezze che vadano oltre la relazione, sempre complessa, che il potere mantiene con i diversi credo religiosi. Per fare un esempio, ho raccontato come le popolazioni della Mongolia interna venerino in segreto il Dalai Lama e come cristiani e musulmani siano impegnati a convivere sull’isola indonesiana di Sulawesi.

M.P.: Mi rendo conto che la domanda è semplicistica. Ma se dovessi leggere i paesi del Sudest asiatico con la lente dell’economia, anziché con quella della religione, quali sarebbero le tue tappe e perché?

I.M.S.: La lente dell’economia, secondo me, é anche troppo utilizzata. Non credo che sia la migliore, presa in un contesto isolato. Quello che più mi colpisce è notare come di recente il discorso economico sia diventato una prospettiva "accettabile" per raccontare (anche) l’Asia, come se l’economia fosse un discorso neutro. Credo che questo sia anche dovuto alla scelta di Cina e Vietnam di abbracciare il capitalismo con tanto entusiasmo. Tutto questo, mentre assistiamo allo spaventoso aumentare delle ineguaglianze economiche e sociali, dappertutto. Paesi sviluppati come Corea del Sud e Giappone e Taiwan, o paesi ancora in via di sviluppo sono affetti da sperequazioni terribili. Nello sviluppo cinese, per esempio, gli scintillanti show room della Mercedes, espressione del rinnovato orgoglio cinese, fanno da contraltare a campagne senza elettricità, in cui i frigoriferi vengono usati come pollai. In un’economia che cresce al 10%, il reddito medio annuo rimane di 840 euro in città e 240 euro in campagna. E secondo me questo è il segno di una grave sconfitta, sia politica che economica.

Monica Piccini