L’intervista: l’arte delle perle di vetro veneziane a Tokyo

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6 Agosto 2007

Corriere Asia: Sig. Lotter, cominci parlandoci un po’ di lei e di come ha finito per diventare un artista delle perle di vetro.

Maurizio Lotter: A Murano, dove sono nato, c’erano due cose da fare: il pescatore (e oggi più neanche quello) o il vetraio. Io fin da piccolo andavo in vetreria e quando ero alla scuola media ho cominciato a lavorare il vetro per fare animaletti o cose del genere. Una volta finito il liceo linguistico ho ricevuto una proposta di lavoro da una delle più grandi aziende della zona e ho cominciato a lavorare nel campo della vendita del vetro, lasciando perdere il lavoro manuale, che in effetti ho ripreso solo da quando sono a vivere qui in Giappone, da circa 15 anni.

CA: Come ci è arrivato qui?

ML: Per uno come me a cui piace studiare le lingue, Venezia è un paradiso perchè hai sempre la possibilità di trovare qualcuno con cui parlare e fare pratica. Nel campo, chiunque sapeva parlare inglese, francese, tedesco o spagnolo, ma nessuno giapponese, e così mi sono messo da solo a studiarlo, andando un po’ a Ca’ Foscari e facendo un po’ di lezioni private con delle signore giapponese che abitavano a Venezia. Alla fine ho finito per frequentare moltissimi giapponesi, conoscendo anche quella che è diventata mia moglie.

CA: E qui in Giappone ha ripreso a praticare la manifattura del vetro e a creare perle?

ML: Sì, ho cominciato facendomi prima un piccolo laboratorio, poi anche un negozietto e infine, visto che gli affari andavano bene, ho preso in affitto il locale dove sono adesso.

Già conoscevo le tecniche base della vetreria, e poi studiando per conto mio e vedendo all’opera gli artigiani del vetro un po’ alla volta ho carpito i loro segreti, visto che nel campo difficilmente qualcuno ti insegna direttamente qualcosa.

Purtroppo a Venezia le perle di vetro si fanno solo per i turisti, cose che impone che siano economiche e quindi abbastanza semplici, e ogni artigiano finisce per specializzarsi in un solo tipo di lavorazione o di disegno per poterne creare in breve tempo il maggior numero possibile. In Giappone ed in America invece, che sono i principali mercati dove il vetro grezzo veneziano viene venduto, c’è il gusto di creare l’opera d’arte, l’opera originale, e i maestri vetrai di questi paesi sono impressionanti.

Il mio è uno stile che prende spunto sia dalla tradizione veneziana che dalle innovazioni estere.

CA: Come avviene la produzione e com’è strutturata la sua attività qui in Giappone?

ML: Beh, tutto il vetro arriva naturalmente da Venezia, poi sono io personalmente che creo il design di ogni singola perla e la produco, ma se ho un ordine grosso, vado a Venezia ed insegno ad un vetraio come fare a produrre la perla a cui io ho pensato e a farlo perfettamente, e poi me le faccio mandare.

Per quanto riguarda la struttura dell’attività, ho il laboratorio ed il negozio qui a Kichijoji, in cui lavoriamo in cinque, poi vendo all’ingrosso e per ultimo partecipo alla varie fiere che si tengono nei depato, i grandi magazzini, dove vado con una assistente ad allestire uno stand.

Oggi le "fiere italiane" sono in assoluto quelle più importanti, anche se sono dedicate principalmente al cibo.

CA: Che cosa ci può dire del Giappone?

ML: Qui è abbastanza facile aprire un’attività, basta essere residenti ed avere un garante (non solo gli stranieri, ma anche i giapponesi lo devono avere), per il resto non esiste licenza, non ci sono limiti di orario ne categorie merceologiche. Se volessi, io qui domani potrei tranquillamente convertire tutto e fare lo chef.

Il problema più grosso è il garante: oggi sono il garante di me stesso, ma prima era mia suocera ad agire come tale. Moltissimi italiani che si riempiono la bocca dicendo "ah, io ho un negozio a Tokyo", in verità sono schiavi del loro garante, quasi come fossero dei dipendenti. Per esempio, saranno in cinque qui a Tokyo ad essere davvero proprietari del ristorante dove lavorano.

Le tasse, sì, sono abbastanza alte ma anche i guadagni lo sono, ed inoltre è possibile scaricare davvero di tutto. Non si sente nemmeno lontanamente il desiderio di cercare di fare del "nero", anzi io auto-denuncio addirittura le cose che magari mi portano dei conoscenti dall’Italia.

Bisogna però fare attenzione perchè in Giappone una volta cominciata un’attività si viene risucchiati nel suo vortice: è l’impresa che si espande, che diventa più grande e più ricca, mentre tu rimani uguale e finisci per dedicare te stesso solo alla tua attività. Ed è proprio per questo che qui si guadagna bene, ma è difficile riuscire a fare il colpo per diventare ricchi, cosa più probabile in Italia o in America.

CA: Progetti futuri?

ML: Appena il dentista qui di fianco, che è molto vecchio, si ritirerà, ho intenzione di prendere il suo spazio per fare una specie di piccolo caffè di tipo veneziano e sono anche già d’accordo col propietario francese del negozio di tè qui vicino perchè mi dia anche lui una mano.

Poi, appena me ne si presenterà l’occasione vorrei prendere un laboratorio più grande, così avrei anche la possibilità di poter tenere dei corsi. C’è già stata molta gente che è venuta a chiedermelo, ma purtroppo dove sono adesso non ho abbastanza spazio.

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Gigi Boccasile