L’Oriente protagonista al Festival dell’Economia di Trento

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5 Giugno 2006

TRENTO: È ormai impossibile parlare di economia senza far riferimento a Cina e India. La conferma arriva da Trento, dove dall’1 al 4 giugno si è svolto il primo Festival italiano dell’Economia. Due gli appuntamenti di cui le nuove potenze orientali sono state protagoniste: l’incontro con Fan Gang, direttore dell’Istituto Nazionale di Ricerca Economica di Pechino e consulente del governo cinese, e la testimonianza di Federico Rampini, corrispondente dalla Cina per "La Repubblica".

Esplicita e diretta la domanda posta al professor Fan, la stessa su cui oggi molti occidentali s’interrogano: "La crescita della Cina è una minaccia o un’opportunità per il resto del mondo?". Per Fan non v’è alcun dubbio: l’ingresso nel mercato globale di oltre 3 miliardi di nuovi consumatori — tra Cinesi, Indiani e le altre popolazioni asiatiche — non può che rivelarsi un’ "enorme occasione per il commercio internazionale". Basti pensare al processo di urbanizzazione, che per Fan è appena all’inizio: ben 700 milioni di cinesi attendono di trasferirsi dalle campagne in città. Ne verranno costruite almeno 200, da 2-3 milioni di abitanti ciascuna. Ciò si traduce nella possibilità di effettuare enormi investimenti nel campo dell’edilizia, dell’arredo, dei servizi, nella produzione di beni e dell’innovazione tecnologica, che dovrà tendere sempre più a ottimizzare le risorse energetiche.

Un’opportunità, dunque, ma allo stesso tempo una grande sfida per tutti, Cina in primis. In quella che Fan definisce "un’economia in transizione" ci sono ancora lavoratori (l’80% della popolazione attiva) che percepiscono un salario talmente basso da non poter essere neppure tassato. Al governo spetta il compito di aiutare queste persone ad affrancarsi dalla povertà: se non dovesse riuscirvi, la Cina rischierebbe di rimanere un paese estremamente diviso. L’economista è però convinto che questo trend di crescita non si arresterà, dal momento che persistono tutti i fattori che lo hanno determinato: le riforme ("necessarie a qualsiasi sviluppo", e ha quindi ricordato i 26 milioni di cinesi che hanno perso il lavoro a causa della privatizzazione del 70% delle aziende statali), gli investimenti stranieri (pari a $ 538 miliardi dal 2005), il basso costo del lavoro ("l’unica ‘arma’ con cui i paesi in via di sviluppo possono competere con gli stati industrializzati") e i forti incentivi nel campo dell’istruzione.

La crescita cinese dipende principalmente dalla domanda interna, e non dalle esportazioni, così come si tende a credere. Ecco perché non è corretto imputare a Pechino il deficit americano. Proprio per questo, la rivalutazione dello yuan non sarebbe una soluzione efficace; casomai, afferma Fan, è il sistema di conversione basato sul dollaro che andrebbe modificato, un sistema che negli anni ’70 causò problemi all’Europa, negli anni ’80 al Giappone e oggi alla Cina. "Ci prenderemo la nostra parte di responsabilità e rivaluteremo gradualmente la nostra moneta, ma il peso dovrà essere ripartito su tutti", ha detto.

Del fatto che il riaggiustamento dello yuan prima o poi si farà è convinto anche Federico Rampini, ma precisa che si tratterà di una rivalutazione "saggia e progressiva": è proprio per evitare un rialzo valutario in tempi brevi che il governo di Pechino rifiuta di entrare nel G8. Una scelta che rientra nella strategia "di basso profilo" adottata dalla Cina, che tende a mantenere un’ambiguità di fondo sul suo stato: sa di essere diventata una superpotenza, ma continua a presentarsi come un paese emergente. Ciò la favorisce soprattutto nei rapporti coi paesi del Terzo mondo, con i quali (vedi la Nigeria), sta stringendo, insieme all’India, accordi a lungo termine per la fornitura di risorse. Ed è proprio questo "accerchiamento sul fronte energetico" (che i due giganti asiatici stanno realizzando a scapito dell’Occidente) a preoccupare maggiormente il giornalista. Non solo. Stando a una stima riportata recentemente dall’ "Economist", entro un secolo la Cina dovrebbe quadruplicare il tasso di sviluppo degli Usa, che oggi sono il maggior consumatore di energia al mondo, nonché il paese che emette in assoluto più carbonio. La domanda è dunque legittima: "C’è posto sulla terra per questi giganti"? Il problema della sostenibilità ambientale potrebbe però rivelarsi anche un immenso business, qualora "la riduzione dell’inquinamento diventasse la frontiera di un nuovo sviluppo". Questa è la vera grande sfida che ci viene dall’Est, non quella legata alla concorrenza "sleale" che, soprattutto in Italia, è "il frutto di una visione distorta a causa di una forte e disastrosa cultura protezionistica". Infondo, siamo stati proprio noi, occidente capitalistico, a scatenare, attraverso la liberalizzazione dei mercati (realizzata negli anni ’80, periodo in cui, non a caso, acquistarono vigore anche le riforme di Deng Xiaoping) il "miracolo cinese". Un miracolo che ha permesso a 300 milioni di individui di uscire dalla miseria e che oggi "rappresenta la più grande speranza che ci sia mai stata per tutti i paesi poveri".

Raffaella Serini

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