L’ultima uscita: Il matrimonio di Tuya

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L’ultima uscita: Il matrimonio di Tuya

20 Giugno 2007

Titolo: Il matrimonio di Tuya (Tuya de hun shi)

Regia: Wang Quanan

Sceneggiatura: Wang Quanan, Wei Lu

Attori principali: Nan Yu, Bater, Sen’ge, Zhaya

Produzione: Cina, 2006

Durata: 96 min

Presentato all’ultimo minuto nella selezione ufficiale del 57° Festival del Cinema di Berlino, "Il matrimonio di Tuya", che ha sorpreso tutti, critica e pubblico, aggiudicandosi l’Orso d’Oro, si concentra, come i precedenti film di Wang Quanan "Jing zhe" e "Yue shi", su una figura di donna forte e volitiva alle prese con la vita aspra e difficoltosa delle aree rurali della Mongolia: la giovane Tuya, piacente nell’aspetto e robusta di corpo, mantiene il marito rimasto invalido e i due figli allevando pecore. Siamo nella regione del Neimenggu, una terra inospitale, riarsa dal vento e soggetta ad un’inarrestabile desertificazione: ogni giorno Tuya, in sella al proprio cavallo, trasporta fieno per le pecore, pascola le greggi e si spezza la schiena facendo chilometri per raggiungere l’unico pozzo disponibile. Quando le viene diagnosticata una dislocazione delle vertebre lombari, Tuya deve arrendersi alla dura realtà: a malincuore sceglie di divorziare dal marito Bater, e di trovare un nuovo sposo che accetti di farsi carico non solo dei suoi figli ma anche dell’ex-consorte invalido. Inizia così una carovana di spasimanti, ora sinceri ora infidi, giovani o vecchi, ricchi e poveri: fra i tanti, il petroliere Baolier, amico d’infanzia, e Sen’ge, il vicino di casa tradito dalla moglie che forse, infine, saprà dare a Tuya la stabilità che cerca.

È indubbio che la forza del film — come si legge anche nelle motivazioni della Giuria che gli ha attributito l’Orso d’Oro — stia nella potenza, quasi documentaristica, dei temi che tratta: il problema ambientale della desertificazione, e il suo impatto sulla qualità della vita e sull’organizzazione del lavoro, benché non sia mai affrontato esplicitamente, è impresso in ogni immagine del film, nei visi scavati e provati dei suoi protagonisti e nel contrasto stridente fra la campagna e la città (che, nel più tipico dei topos, diventa antitesti fra tradizione e modernità). Quando Bater, abbandonato da Baolier in una casa di riposo, tenta il suicidio, il film ci regala forse i suoi momenti più toccanti: il montaggio alternato ci mostra il parallelismo fra la disperazione di Bater mentre avvicina un coccio di vetro al polso e quella di Tuya che, in un camera d’albergo, viene molestata dall’insistente spasimante. Quando poi, in ospedale, l’amministrazione richiede per le cure un pagamento che Tuya non si può permettere, l’attrice Nan Yu riesce a rendere con dolente intesità la frustrazione di una donna rimasta sola in un mondo di uomini rapaci, che vogliono solo approffitare di lei.

L’intreccio del film, pur nella sua linearità e semplicità, offre attimi di alta drammaticità, ma la regia di Wang Quanan sceglie di rimanere in superficie, senza scavare nella psicologia dei presonaggi, e il taglio documentaristico, incerto fra toni toccanti e scene didascaliche, ai limiti della pedanteria (l’incidente in camion di Sen’ge, la visita guidata alla casa di riposo), non sempre coglie nel segno. Il film, in buona sostanza forte ma semplicistico come i personaggi che ritrae, ha il limite stilistico forse più evidente — solo in parte riscattato dall’eccezionale fotografia di Lutz Reitemeier — proprio in quest’indecisione fra commento partecipe e distacco documentaristico, sottolineata da molte inquadrature "da cartolina" senza nerbo e senza alcun guizzo di brillantezza registica: la pellicola risultà così sospesa in un’aurea mediocritas che, se a volte riesce ad essere umana e commovente, più spesso scivola nella noia.

Andrea Morstabilini

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