Lusso italiano attira la nuova elite cinese

9 Giugno 2006

SHANGHAI: In un’industria firmata Prada sulle colline della Toscana, un coccodrillo e due pitoni attendono di essere trasformati in borsette. Le pelli, che mostrano ancora perfettamente la forma del coccodrillo e di due lunghi serpenti panciuti, giacciono su un tavolo di vetro insieme a quelle di lucertola importate dall’Asia e dove presto verranno rispedite, come succede per la maggior parte degli accessori più desiderati e costosi al mondo.

Artigiani, calzolai, produttori di borsette e tessitori sono il cuore dell’antica tradizione italiana di design e artigianato di alta qualità. Ma molte delle piccole aziende familiari qui hanno risentito della competizione a causa delle massicce importazioni cinesi.

Negli affollati negozi e lungo le strade congestionate di Shanghai, il richiamo del design italiano è sempre più forte.

"Acquistare dei brand italiani è un modo per dimostrare di aver raggiunto un certo livello sociale", afferma Wu Qiaojuan, editore pubblicitario, mentre passeggia nel centro commerciale Plaza 66 al centro di Shanghai, indossando un paio di jeans e una camicia colorata firmata Versace, la sua marca preferita.

Versace, pare infatti essere il brand più noto e più desiderato dai cinesi, insieme a Chanel e Louis Vuitton, sostiene un recente sondaggio.

Un altro cliente al Plaza 66 spiega che i falsi venduti in ogni angolo della strada non vanno considerati un sostituto delle borse e calzature originali degli atelier italiani e francesi.

"Se sei ricco e compri dei falsi, allora rischi di perdere veramente la faccia", spiega.

Mentre le case di moda sono sempre più preoccupate, vedendo moltiplicarsi le "versioni economiche" delle loro borse sui mercati cinesi, tuttavia riferiscono che le vendite non sono state particolarmente danneggiate, in quanto i falsi hanno un diverso target.

"La gente di Hong Kong si diverte a cercare ‘difetti’ sulle borse o vestiti che vedono indosso agli altri, e sostengono che non acquisterebbero mai un prodotto firmato Made in China", dichiara Guo, che non vuole rivelare il suo vero nome.

La febbre cinese per gli stilisti italiani è appunto iniziata a Hong Kong, libera da tariffe di importazione, che in passato frenavano le vendite di prodotti di lusso nella Cina continentale, nonché ‘patria’ di imprenditori e banchieri, che vedono nei brand un modo per confermare il loro nuovo status sociale.

Ma anche la Cina continentale ha una lunga tradizione di amore per il lusso, dai capi di abbigliamento ricamati e in seta fino alle costose squisitezze quali l’abalone e la delicata zuppa di squalo.

È stata poi la rivoluzione comunista che in Cina ha reso tabù questi piaceri definiti "borghesi", fino all’apertura del Paese, grazie alle riforme di Deng Xiaoping, quando la richiesta di vestiti e accessori esclusivi ha pian piano riguadagnato terreno.

Infatti, la Cina è ora il terzo maggiore consumatore di beni di lusso, dopo Stati Uniti e Giappone. Mentre ancora molti ricchi cinesi preferiscono fare shopping all’estero, dove vestiti e borse firmate costano meno, le grandi marche di moda italiana si stanno gradualmente espandendo nella Cina stessa.

Versace per esempio ha intenzione di aprire altre boutique, dalle due attuali di Shanghai e quella di Pechino. Anche Armani ha iniziato tardi la sua avventura cinese, nel 1998, e da allora sta recuperando il tempo perduto. Finora possiede 40 negozi in Cina.

"La lezione che abbiamo imparato è il non dover sottovalutare il grado di sofisticazione e di interesse dei clienti cinesi. Stanno imparando in fretta e hanno un incredibile passione per la moda", sostiene Robert Triefus, responsabile del settore comunicazioni per Armani.

Ylenia Rosati

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