Made in China: nuovi standard di qualità e sicurezza a tolleranza zero

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30 Agosto 2007

PECHINO: La Cina dichiara guerra ai prodotti interni di scarsa qualità e promette "tolleranza zero" per le aziende che non rispetteranno gli standard minimi di sicurezza. Suona quasi come una minaccia la campagna presentata nei giorni scorsi a Pechino dal vice premier Wu Yi, che per i prossimi quattro mesi dovrebbe passare a settaccio migliaia di presidi produttivi dislocati su tutto il territorio. "Si tratta di un battaglia speciale per assicurare la salute e gli interessi pubblici, salvaguardare il nome del Made in China e difendere l’immagine della nazione" ha sottolineato Yi, da poco messo alla guida della neonata equipe che coordinerà il monitoraggio. A finire nel mirino saranno i prodotti agricoli, alimenti lavorati, prodotti di catering, farmaci, carne, prodotti oggetto di import-export e tutti i beni legati a salute e sicurezza degli individui come giocattoli ed elettronica. Si tratta dell’ovvia risposta del governo ai recenti scandali internazionali, che hanno evidenziato come continuino ad uscire dalla Cina merci pericolose, o almeno non in linea alle normative straniere in materia di sicurezza. È il caso ad esempio del glutine usato in molti alimenti per animali domestici, che in Nord America ha causato la morte per insufficienza renale di alcuni esemplari. Sempre negli Stati Uniti, da ottobre 2006 all’estate 2007 la Food and Drug Amministration (FDA) ha intercettato e bloccato diverse partite di frutti di mare e pesci di provenienza cinese, contaminati da antibiotici e fungicidi. Tuttora d’attualità è lo scandalo Mattel e Fisher Price, che nelle ultime settimane ha acceso le cronache dei giornali in seguito alla spedizione da parte dell’azienda Lee Der di Hong Kong, di una partita di 967 mila giocattoli classificati rischiosi per la salute dei bambini. Notizia che lunedì scorso ha avuto nuovi sviluppi, in seguito all’intervento di Li Changkiang, direttore dell’Amministrazione Generale alla Supervisione Qualitativa, Ispezione e Quarantena cinese, che sottolineato come almeno l’85% dei ritiri di giocattoli (più di 18 milioni di pezzi) ordinato dalla Mattel fosse dovuto a difetti di design riconducibili agli Stati Uniti, mentre solo il 15% dei pezzi sarebbero stati non idonei per l’alta concentrazione di piombo. Dichiarazione che ha aperto nuovi interrogativi sulle effettive responsabilità dello scandalo, ormai uscito dal ‘binario’ del business per diventare una questione politica.

Sebbene la situazione sia molto complessa, di certo non mancano le negligenze dell’immensa (e sotto certi aspetti incontrollabile) macchina produttiva cinese, riconosciute dallo stesso vice premier pur circoscrivendole a un "esiguo numero di imprese che trasgrediscono la legge, i regolamenti e gli standard cinesi e dei paesi importatori". Allo stesso modo però, alcune responsabilità cadono anche sulla stampa internazionale — che il vice ministro del commercio Gao Hucheng taccia di protezionismo –, piuttosto avvezza alla gogna mediatica nei confronti della Cina.

Troppi gli interessi in ballo, tali da rendere arduo ogni tentativo di guardare oltre il polverone creatosi, cui il governo di Pechino sta cercando in questi giorni di dare un colpo di spugna risolutivo con l’introduzione di nuove restrizioni. In campo alimentare ad esempio, tutti i produttori avranno l’obbligo di ottenere una licenza entro fine anno (autorizzate finora 12.714 imprese); gli animali dovranno essere macellati in centri designati e gli allevatori scritti in un albo pubblico (6000 allevamenti e 380 mila ettari di pascoli risultano già registrati); previsto il monitoraggio sistematico degli ingrossi di prodotti agricoli; le materie prime base dei prodotti di esportazione dovranno essere preventivamente ispezionate da appositi organi di controllo; i ristoranti e venditori di alimenti al dettaglio dovranno preoccuparsi della provenienza della merce e munirsi di tutte le certificazioni richieste. È stata inoltre presentata una proposta di legge volta a limitare gli incidenti nelle industrie chimiche. Per le imprese saranno obbligatorie periodiche ispezioni alla filiera produttiva, e richiesta l’attuazione di procedure di emergenza standardizzate. Secondo Wu Yi, entro fine anno dovrebbero essere raggiunti tutti gli obbiettivi stabiliti.

Nel tentativo di scrollarsi di dosso le critiche dei media, il governo cinese ha recentemente pubblicato un rapporto sulla sicurezza alimentare, in cui cerca di dimostrare l’infondatezza di molte accuse, o perlomeno di sgonfiarne una parte. "La percentuale di idoneità dei cibi esportati è stata superiore al 99% per diversi anni" si legge, e questo secondo Pechino è stato possibile grazie al sistema di controllo qualità preesistente. Ad entrare nel dettaglio è Luo Yunbo, preside della facoltà di ‘Scienze alimentari e ingegneria della nutrizione’ alla China Agricoltural University: "il Giappone ha effettuato il 15,7% in più degli esami a campione sul cibo di origine cinese rispetto a qualsiasi altro alimento importato, tuttavia i nostri prodotti sono stati i più conformi (99,42%) seguiti da quelli europei (99,38%) e USA (98,69%)". Un dato che sembra stridere alquanto con i media internazionali, soprattutto considerando che sono gli Stati Uniti in primis ad aver aumentato le importazioni dalla Cina (+28,7% rispetto al 2006), seguiti dall’Unione Europea (+23,6%).

Emanuele Confortin