Mira Nair: Il destino nel nome

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Mira Nair: Il destino nel nome

9 Luglio 2007

IL DESTINO NEL NOME

Titolo: Il destino nel nome (The namesake)

Regia: Mira Nair

Sceneggiatura: Sooni Taraporevala

Tratto da: "The namesake" di Jhumpa Lahiri

Attori: Irfan Khan, Kal Penn, Jagannath Guha, Ruma Guha Thakurta, Tabu, Jacinda Barret

Produzione: India/USA

Dopo la parentesi hollywoodiana de "La fiera delle vanità", kolossal in costume tratto da William Makepeace Thackeray, memorabile solo per la sontuosità dei costumi e delle scenografie, Mira Nair torna a parlare, a cinque anni dal successo internazione di "Monsoon Weeding", di India e di America, e del difficile equilibrio dell’integrazione: se nel film Leone d’Oro era la modernità ad intrufolarsi in India, sconvolgendo armonie e simmetrie secolari, ne "Il destino nel nome" il conflitto fra patria e mondo nuovo, fra tradizione e innovazione, si palesa, in modo ora lacerante ora comico-grottesco, attraverso l’escamotage del conflitto generazionale.

Nel 1977, dopo essere scampato ad un incidente ferroviario, il giovane Ashoke decide di cercar fortuna in America, mentre la sua famiglia organizza il matrimonio con Ashima, promettente studentessa di letteratura inglese, appassionata della Dickinson e di Lord Tennyson. La coppia di neo-sposi si trasferisce dall’assolata e afosa Calcutta alla fredda e innevata New York (splendidamente fotografata da Frederick Elmes, sia nei toni crepuscolari e autunnali sia in quelli splendenti dell’estate di Oyster Beach): la loro sfida più grande sarà allevare i figli, che non riconoscono più nell’India la propria identità, e vederli crescere, far le proprie scelte e andar via. È infatti nel personaggio di Gogol/Nikhil, primo figlio di Ashoke e Ashima, che il film focalizza le sue molte antitesi, a partire proprio da quel doppio nome, specchio di un’identità divisa, che perseguita il ragazzo dall’infanzia alla maturità: arriverà infine a comprendere, come gli aveva sempre detto il padre, che "siamo tutti usciti dal cappotto di Gogol’".

Nel racconto breve del geniale scrittore russo, Akakij Akakijevic spende tutti i propri risparmi per comprarsi un cappotto nuovo, riparo dal gelido vento di San Peitroburgo, ma il cappotto così lussuoso attira le mire di un malvivente che deruba il protagonista, lasciandolo a morire di freddo, poiché Akakij, per comprarsi il nuovo abito, aveva dovuto impegnare il vecchio, logoro e pieno di toppe: senza passato e senza futuro, Akakij vaga come spettro per la città, strattonando i cappotti altrui. Similmente, i protagonisti de "Il destino nel nome" — tanto Ashoke e Ashima quanto Nikhil — vivono questa situazione di presente assoluto senza certezze, privati della patria e impossibilitati a trovarne una nuova. Cesare Pavese scrisse, ne "La luna e i falò", che "un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via": nel film ci sono molti viaggi, arrivi e partenze, andate e ritorni, ma nessuno è definitivo e — come dice Ashima al funerale del marito, quando annuncia che tornerà in India — l’unica soluzione possibile a questa mancanza di approdi è quella di avere non una sola casa o una sola famiglia, ma molte: "Le ceneri di mio marito sono sparse nel Gange, ma è in questa casa, a New York, che egli vivrà sempre nel mio cuore".

Il tema del multiculturalismo viene affrontato dalla Nair, sempre ottima nella direzione degli attori e nel taglio registico, ora coi toni della tragedia — lacerante e commovente il flashback in cui Ashoke mostra al giovane Nikhil l’agitato Oceano Atlantico, chiendogli di ricordarsi per sempre quel momento — ora con quelli lievi della satira: memorabili le scene in cui Maxine, fidanzata americana di Gogol, va a pranzo dai genitori di lui e, un po’ impacciata, bacia entrambi sulle guance, strappando loro espressioni allibite e sconvolte. Nel finale del film, dopo una parte centrale forse un po’ lenta e pasticciata (il personaggio di Moushumi, moglie di Gogol, che nel romanzo di Jhumpa Lahiri, scrittrice premio Pulitzer, aveva una sua personalità fortemente dilemmatica, è qui ridondante e un po’ superfluo), l’antitesi lacerante fra India e America — da sempre centro pulsante dell’opera della regista indiana — si ricompone, diametralmente rispetto a ciò che avveniva in "Monsoon Wedding" attraverso il matrimonio, grazie alla tragedia universale della morte, e consegna allo spettatore un messaggio importante, estrapolato proprio da "Il cappotto" di Gogol’: "Alla fine, arrossendo un poco, si dette ad assicurarli che quello non era affatto il cappotto nuovo, bensì quello vecchio". L’America, territorio estraneo, diventa così — grazie agli affetti duramente costruiti, alla nuova grande famiglia globale, creata con il sudore e la fatica, con viaggi interminabili "da ogni singola famiglia bengalese della Tri-State Area" — non una nuova patria, ma semplicemente una patria, come l’India, come il mondo intero.

Andrea Morstabilini

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