Missione diplomatica da Seoul: si teme il peggio per gli ostaggi in Afghanistan

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23 Luglio 2007

SEOUL: Sono ventitre le vittime del sequestro talebano operato giovedì scorso nei pressi di Kandahar a sud della capitale afghana di Kabul. Tutti cristiani e coinvolti in una missione evangelica e di sostegno alla popolazione dell’Afghanistan, falcidiata dal regime talebano e piegata dalla sofferenza della guerra. Questo l’intento d’alto livello ideologico e propositivo che però non è bastato a garantire la sicurezza del gruppo di sud coreani, di cui ben 15 risulterebbero essere donne.

E’ scattato oggi poi l’ultimatum lanciato dai guerriglieri: l’intimidazione al governo di Seoul nel far retrocedere immediatamente le 200 truppe dal suolo afghano, in posta la vita dei 23 ostaggi.

Questi nell’ultimo comunicato lasciato alla stampa coreana ed internazionale si dicono in buona salute ed ottimisti sulla riuscita dell’azione diplomatica. I ribelli talebani, però, minacciano azione punitiva massima per i rapiti nel caso si verificasse una qualche azione armata volta a liberare i prigionieri, così come nel caso in cui rimanesse inascoltata la richiesta dei guerriglieri di vedere liberati alcuni detenuti talebani.

La Corea del sud risponde alla minaccia pianificando un’immediata risposta diplomatica e dall’ampio tavolo di trattativa, inviando stamani a Kabul una delegazione di otto portavoce del governo, per discutere con il presidente afghano Hamid Karzai a proposito dell’urgente linea da perseguire utile nel confermare la liberazione degli ostaggi.

Le truppe militari che sorvegliano la zona avrebbero perfettamente localizzato le aree in cui i ventitre ostaggi sarebbero tenuti nascosti, ma l’intervento militare è altamente sconsigliato da ogni intelligence diplomatica. Troppo alto, difatti sarebbe il rischio di un massacro da parte dei guerriglieri.

Seoul ha già confermato alla comunità internazionale l’interesse al ritiro delle truppe dal territorio intorno a Kabul entro la fine dell’anno, ma la pericolosa impazienza talebana urla al ritiro immediato.

Intanto la paura continua a crescere fra i famigliari dei prigionieri, i connazionali e l’intera comunità internazionale in seguito al ritrovamento, nella giornata di ieri, nelle vicinanze di Wardak, sempre nei pressi di Kabul e a nord i Kandahar, del cadavere di uno dei due tedeschi rapiti mercoledì scorso. L’identità dei tedeschi rapiti rimane sconosciuta, l’unica cosa certa è che erano coinvolti insieme ad un gruppo di afgani nel progetto di creazione di una diga nella regione.

Secondo un portavoce talebano, entrambi i tedeschi sarebbero stati giustiziati in seguito al diniego da parte di Berlino al ritiro immediato delle proprie truppe dal Paese. La Germania risponde rassicurando spiegando che il tedesco trovato deceduto sarebbe morto per cause naturali, probabilmente un attacco di cuore, e che la trattativa è ancora in corso per quanto riguarda il secondo prigioniero. Il tutto però basta alla comunità coreana per dar adito ad un’atmosfera d’allarmata attesa: per tutta la giornata di ieri si sono susseguite per tutta la Corea del Sud manifestazioni a sostegno delle vittime del rapimento.

Ogni speranza è posta nella riuscita della trattativa diplomatica in corso

Paolo Cacciato