Moda Italia in Giappone. Estro e qualità: doti indispensabili per le piccole medie imprese italiane

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31 Gennaio 2008

OSAKA: Ha cominciato la sua carriera lavorativa nelle calzature nonostante la sua formazione sia stata ben diversa, con una qualifica di controllore del traffico aereo. Ma la passione per le scarpe, e il fatto che l’azienda fondata negli anni ’20 dal nonno fosse stata sempre di conduzione familiare, ha portato Giuseppe Mazzarella a diventare, ormai 30 anni fa, titolare della Alex by Mercury, impresa leader nel settore.

Paolo Soldano – Quanto è importante per voi il mercato giapponese?

Giuseppe Mazzarella – Partecipiamo a Moda Italia dalla sua prima edizione: abbiamo fatto la scelta di venire in Giappone circa vent’anni fa e ritengo che sia un mercato prioritario ancora oggi. Investiamo a tal punto da fare una collezione mirata al gusto giapponese anche se ultimamente abbiamo diminuito al 30% la nostra produzione, mentre fino a due o tre anni fa era al 70%: abbiamo capito che poteva essere rischioso questo tipo di atteggiamento, perché nel momento in cui un mercato che tira molto si ferma, fermi l’azienda.

P.S. – A questo proposito, quanto è cambiato il mercato giapponese negli ultimi anni?

G. M. – È cambiato molto: dopo lo scoppio della bolla speculativa si è passati da una grande capacità di fare business (perché prima chiunque investiva, comprava e spendeva) a un momento di crisi, di completa stasi. Adesso, più o meno dal 2004, abbiamo rilevato che la situazione sta cambiando, sta crescendo. Comunque non in maniera esponenziale, anche perché il fattore euro influenza molto le vendite: non sono certo il primo a dire che l’euro è troppo forte per poter riuscire a esportare con tranquillità i nostri prodotti.

P.S. – Quali sono i problemi che ha riscontrato?

G. M. – Quello giapponese è un mercato molto capillare (anche se i grandi numeri vengono fatti da pochi) e che ha bisogno di tempi molto lunghi per essere penetrato. È un mercato che ha bisogno di essere conosciuto, perché ha le sue regole e a differenza di altri vuole che queste siano riconosciute e rispettate. Indipendentemente dal prodotto è importante che l’impresa sappia prima di poter essere in grado di fornire un buon servizio, a cominciare dall’assistenza al cliente, che contorni bene il prodotto. È un investimento che va fatto. Noi per esempio forniamo il servizio di riparazione: possiamo riparare una scarpa anche dopo dieci anni dall’acquisto. Il cliente in questo modo si sente protetto da un’azienda sempre presente.

P.S. – Qual è il futuro del suo settore e in generale, della piccole imprese italiane?

G. M. – Il futuro noi l’abbiamo già predestinato qualche anno fa, e i fatti ci hanno dato ragione. Fare la guerra ai prezzi è la politica più sbagliata che una buona ditta di calzature italiane possa fare.

In generale è importante che le nostre aziende, soprattutto quelle di accessori, possano ogni giorno studiare il metodo per fare sempre qualcosa di diverso dagli altri. Oggi possiamo vincere questa sfida fornendo qualità e facendo prodotti che lascino ancora la clientela stupita, come sappiamo fare e come siamo stati bravi in passato a farlo sapere all’estero. Gli italiani sono unici nell’estro, nella qualità, nella capacità di saper fare qualcosa che nella grande linea di distribuzione non può essere fatto. Questa è la politica che può staccare ancora per molto la concorrenza.

In Italia attualmente il problema più grande è che la distribuzione sul dettaglio è diventata pressoché complicata, per non dire catastrofica. I consumi, specie nella fascia alta, sono bassi e la clientela ha sempre più difficoltà a pagare. Esistono poi una serie di norme che non cautelano i produttori da eventuali problemi di carattere economico, come fatture non pagate ecc.

P.S. – Cosa cambierebbe di questo sistema?

G. M. – Prima di tutto partirei da una profonda revisione dell’ordinamento che vigila sul sistema legale del recupero dei crediti. In Europa questo avviene in circa 60 giorni, in Italia ci vogliono degli anni. Questa è la cosa più eclatante, oltre al fatto che c’è un sistema di avvicinamento alla clientela che non può più essere quello che era vent’anni fa, solo con i rappresentanti. Anche qui andrebbero apportati dei rinnovamenti: una cosa è avere i grandi magazzini dove la distribuzione ha il suo target, un’altra è avere dei negozi che dovrebbero essere aiutati a potersi immettere in un certo settore di vendita. Tra tanti produttori è nata l’esigenza di trovare mercati alternativi più tranquilli e più sicuri rispetto a quello nazionale, e quindi la distribuzione in Italia diventa sempre più rarefatta dal punto di vista dei prodotti di una certa nicchia e di una certa qualità.

P.S. – Vi sentite adeguatamente supportati dalle istituzioni?

G. M. – Francamente, poco. Si potrebbe prima di tutto ascoltare, e parlare, un po’ di più, sia da parte delle istituzioni che da parte delle aziende. In passato, quando non esisteva l’esigenza di fare grande business, gli artigiani e le piccole imprese parlavano poco, perché badavano solo a lavorare. Oggi invece bisognerebbe mettere più a frutto le loro capacità e farne uso, per poterle aiutare a crescere. Oggi abbiamo tante piccole realtà che messe insieme fanno un oceano: questo in Italia lo si comincia a capire, ma ancora troppo poco. Bisognerebbe riunirsi, fare grandi imprese, ma non c’è quel collante che possa rendere omogeneo questo settore.

Inoltre la professionalità non si trova più. Ogni anno siamo costretti a fare dei corsi di formazione interni, a nostre spese. Altrove la formazione è mirata, mentre in Italia viene fatta sui libri o su teorie che poi di fatto non sono corrispondenti alle richieste del mercato. Anche in altri settori la grande industria ha bisogno di fare formazione per conto suo. Dal punto di vista delle esigenze oggi lo Stato è assente, nonostante il denaro ci sia. Bisognerebbe semplicemente usarlo meglio.

da Osaka, il nostro corrispondente Paolo Soldano