Musulmani in Cina: un complicato mix di politica e religione

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22 Maggio 2006

XINING: Ishmael è una grande ammiratore di Osama bin Laden. "E’ un eroe per me", dichiara "é un buon musulmano".

Questo commento non suonerà poi così strano per un musulmano dell’Iraq o dell’Arabia Saudita, ma Ishmael è un cittadino cinese che vive nella lontana provincia nord-occidentale del Qinghai, in un Paese che è ufficialmente ateo e dove il Governo esercita un severo controllo sulla religione.

La Cina possiede 20 milioni di musulmani, quanto la Siria e lo Yemen, riferiscono le stime ufficiali.

L’Islam è vivo e forte nella Cina occidentale. Ishmael, che, come molti altri musulmani nel Qinghai, preferisce il suo nome arabo a quello cinese scritto sulla sua carta d’identità, studia presso una scuola islamica vicino ad una moschea a Xining, la capitale della provincia. Tra le materie, oltre all’arabo e al persiano, si studia ovviamente anche il Corano e altri insegnamenti islamici. Ma la politica è tecnicamente vietata, non può essere cioè menzionata né nella scuola né all’interno della moschea.

Un’insegna vicino all’entrata della moschea, nella polverosa periferia di Xining, ricorda ai fedeli i loro doveri: amare la patria e il Partito comunista, i principi necessari per essere un buon mussulmano.

"I comunisti — che sarebbero i cinesi — sono un popolo senza dio" sostiene Ahmed, del Qinghai orientale, che come Ishmael appartiene alla minoranza Hui, ovvero i musulmani cinesi che fanno risalire la loro eredità culturale al Medio Oriente e all’Asia Centrale.

Tuttavia, nonostante i controlli esercitati sulla religione e la politica, il Governo cinese concede agli Hui del Qinghai e del vicino Gansu una buona percentuale di autonomia e libertà.

Nonostante le occasionali tensioni locali, non c’è comunque paragone con l’atmosfera che contraddistingue la regione estremo occidentale del Xinjiang, arena di frequenti proteste e attacchi da parte di gruppi pro-indipendentisti.

"Nelle regioni come il Qinghai o il Gansu, dove l’Islam è meno politicizzato, il Governo cinese è più aperto e rilassato" dichiara Dru Gladney, esperto di antropologia asiatica presso l’Università delle Hawaii, "soprattutto nelle zone molto povere c’è molta più flessibilità".

In gran parte della Cina gli Hui hanno finito per mescolarsi alla cultura Han predominante, abbandonando quasi completamente l’Islam, fatta eccezione per alcune tradizioni come la circoncisione dei bambini e il divieto di mangiare carne di maiale.

Nel Qinghai, dove 1/5 della popolazione (5 milioni di persone) è musulmana, le donne si nascondono dietro a veli, i ristoranti non permettono l’uso di alcol e gli uomini si salutano in arabo. Il divieto imposto ai bambini al si sotto dei 18 anni di frequentare le scuole islamiche nelle moschee è, in realtà, quasi sempre ignorato, riferiscono i musulmani locali.

La popolazione qui è perfettamente a conoscenza di ciò che accade nel resto del mondo musulmano, ciononostante non osa sfidare le forze di sicurezza cinesi attraverso dimostrazioni di protesta, piuttosto preferisce limitare le discussioni politiche tra le mura domestiche.

"Qui ascoltiamo tutti Voice of America e guardiamo Al Jazeera", afferma Noureddin, 23 anni, appena tornata dai suoi studi in Arabia Saudita.

Durante la serie di proteste esplose per la pubblicazione dei fumetti caricaturali del Profeta Maometto, pubblicati originariamente dal quotidiano danese Jyllands-Posten lo scorso settembre, scarsa è stata la partecipazione dei cinesi musulmani, che si sono astenuti per evitare repressioni da parte del Governo cinese.

Alcuni cinesi Han del Qinghai ammettono di provare risentimento verso i musulmani della provincia per la loro ricchezza, mentre i musulmani ce l’hanno con gli Han per il loro sciovinismo e il loro dominio politico.

Perfino all’interno della stessa comunità musulmana si respira un’atmosfera di tensione tra i diversi gruppi etnici, che seguono però la stessa religione, come nel caso della minoranza Salar del Qinghai e gli Uiguri del Xinjiang.

Ylenia Rosati

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