Nasce con due facce. Neonata indiana osannata come Dea

17 Aprile 2008

NEW DELHI: Ancora una volta, l’India del misticismo e dei 3 milioni di Dei ha saputo stupire. È di pochi giorni fa, la notizia (diffusa da Reuters) di una neonata di nome Lali, venuta al mondo con due facce.

Il tutto è accaduto a Saini, villaggio situato ad est di New Delhi, dove vive la famiglia Singh, composta interamente da poveri operai, i quali hanno interpretato un probabile caso di duplicazione craniofacciale (malattia congenita rara) in una benedizione venuta dall’alto.

Anzi, secondo parenti e abitanti del villaggio, la piccola Lali sarebbe addirittura l’incarnazione di una Dea, manifestazione del principio dell’energia femminile detto Shaki. Da qui il nome della piccola, il cui significato è ‘rosso’, colore tradizionalmente legato al culto shakta.

A rafforzare convinzioni e speranze che si sono create attorno alla piccola, il fatto che il medico di famiglia dichiari goda di buona salute. In effetti Lali mangia normalmente con entrambe le bocche, sbatte tutte e quattro le palpebre e riesce a respirare con i due nasini.

Sebbene la dea bambina sia divenuta oggetto di venerazione nel villaggio, innalzando anche lo status dei familiari (che non sembrano propensi a qualsivoglia intervento chirurgico), non si sa ancora se con la crescita la patologia possa peggiorare, magari divenendo irrecuperabile.

A quanto pare però, nell’India dei poveri non c’è posto per dettagli del genere, soprattutto quando rischiano di intaccare i buoni frutti del karma.

Non sarebbe di certo il primo caso, in cui una donna viene sacrificata per il bene della famiglia o della comunità.

Basta andare in Nepal (culturalmente molto simile all’India) per trovare la kumari devi di Kathmandu, una bambina scelta giovanissima in quanto portatrice dei simboli della propria condizione semi-divina, la quale viene idolatrata per anni, e alla comparsa del ciclo mestruale rimpiazzata da una nuova. Tuttavia, come tradizione vuole, alla vecchia semi-dea viene proibito di prendere marito, fatto che in una società maschilista come quella hindu comporta l’emarginazione. Sempre le donne al centro di un’altra usanza hindu, detta sati, lett. ‘la virtuosa’, stando alla quale, alla morte del martio, la sposa deve gettarsi sulla pira funebre e immolarsi così in onore del suo uomo. Purtroppo, nella maggior parte dei casi questa scelta non è spontanea, ma viene imposta dalla famiglia del defunto che ne trarrebbe prestigio, e dalla comunità di villaggio cui deriverebbero grandi introiti per l’affluenza di devoti giunti da ogni dove per assistere ad un gesto considerato di immensa sacralità.

Emanuele Confortin