Nuova moda: il consulente fashion

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18 Gennaio 2007

HONG KONG: Se "l’interesse" asiatico verso il made in Italy ha creato problemi a molti produttori, sta generando anche una nuova interessante professionalità, quella del consulente fashion. Fiere, party, sfilate: tutte le aziende asiatiche con l’ambizione di crescere sognano di partecipare ai famosi eventi europei della moda. Più che mai conta il consiglio di esperti del fashion, soprattutto se italiani.

Francesco Oppi si trova in questi giorni a Hong Kong, per la settimana della moda.

Corriere Asia: Il consulente fashion è una figura professionale diffusa?

Francesco Oppi: Da vent’anni esistono società di consulenza per l’organizzazione di eventi di moda, ma la figura del consulente fashion, ancora non molto conosciuta, è destinata a essere sempre più richiesta.

CA: Chi si rivolge a Lei?

FO: Soprattutto piccole e medie aziende asiatiche di abbigliamento, che hanno già un mercato di base e che desiderano farsi conoscere in Europa.

CA: Come è avvenuto il Suo primo contatto con l’Asia?

FO: Nel 1992 ho accompagnato in Corea una delegazione di imprenditori tessili. E’ impressionante constatare l’enorme crescita del mercato della moda in Asia in soli quindici anni: allora i negozi italiani si contavano sulle dita di una mano, erano presenti solo pochi grandi gruppi che stavano muovendo i primi passi in Asia, come Max Mara e Benetton.

CA: Quali sono i Paesi asiatici più "fashion"?

FO: Sicuramente Corea e Giappone, che sono più occidentalizzati. Ma la moda riguarda ancora quasi esclusivamente i giovani. Un aspetto particolare è che, dopo i quarant’anni d’età, soprattutto in Giappone e Corea, le donne amano tuttora indossare i costumi tradizionali, soprattutto per le occasioni mondane.

CA: Cosa Le chiedono i clienti?

FO: Vogliono progetti per uscire dal loro territorio, partecipare a eventi internazionali, creare business. Una componente fondamentale è l’immagine: oggi a fare tendenza in Asia sono il marchio e lo stilista ancora più del capo d’abbigliamento.

CA: Come giudica le aziende tessili asiatiche dal punto di vista lavorativo e qualitativo?

FO: Dal punto di vista imprenditoriale gli asiatici hanno una preparazione eccellente, sarebbero in grado di insegnarci molto. Hanno invece poca creatività, perché non fa parte del loro background culturale. Anche la cultura del tessuto non è sviluppata, perché si è sempre limitata al cotone e alla seta, per questo tutti i migliori clienti desiderano acquistare tessuti europei.

CA: Come vede il futuro del settore tessile in Italia?

FO: In Italia la produzione di abbigliamento di media e bassa qualità è destinata a sparire. Si svilupperà però la logistica legata al settore della moda. Serviranno sempre più aziende di servizi e "cervelli" — consulenti, designer, esperti di marketing.

CA: Esportare il know how non è più pericoloso che esportare i tessuti?

FO: Ricordiamo che l’alta moda italiana non teme la concorrenza cinese, perché ha margini di mercato così alti da non aver bisogno di trasferire la produzione in Asia per abbassare i costi. Le aziende di buon livello devono però diffondere la conoscenza del proprio marchio, per evitare il vero rischio che corre il made in Italy: che siano spacciati come rappresentativi dell’autentica qualità italiana prodotti concepiti sì in Italia, ma fabbricati altrove e con standard qualitativi inferiori.

Marzia De Giuli