Nuovi orizzonti nella questione cattolica cinese?

1 Agosto 2007

Un mese intenso è stato luglio 2007 nelle relazioni fra il Vaticano e la Repubblica Popolare Cinese. Il 30 giugno scorso Benedetto XVI ha pubblicato una "Lettera ai Vescovi, ai Presbiteri, alle Persone Consacrate e ai Fedeli Laici della Chiesa Cattolica nella Repubblica Popolare Cinese" che segna un momento essenziale della questione. Già annunciata nel convegno del 19-20 gennaio scorso sulla situazione della Chiesa in Cina, la lettera, in 54 pagine nell’edizione italiana, era stata inviata precedentemente all’amministrazione cinese, gesto che ha sicuramente rivelato un nuovo atteggiamento da parte del Vaticano, ma anche una nuova disponibilità al dialogo da parte degli organi di governo. La lettera si pone anche in un clima di distensione verso le religioni, in base a quanto auspicato dalla politica dell’armonia sociale propugnata dal presidente Hu Jintao. È la prima volta che il pontefice si rivolge direttamente alla Chiesa in Cina, da quando Mao Zedong interruppe i rapporti nel 1951 e da quando, nel 1957, è stata fondata l’ Associazione Patriottica Cattolica Cinese, ovvero la chiesa cinese ufficiale sostenuta e controllata dal regime. Il regime non ha mai accettato di riaprire relazioni con il Vaticano, a meno che non fossero venute meno le due condizioni per le quali quest’ultimo non si è mai compromesso: non interferire negli affari interni della Cina, usando il manto della religione, e rompere i rapporti con Taiwan. La principale novità nella missiva di Benedetto XVI è che non fa distinzione fra Chiesa ufficiale (filo-governativa) e Chiesa nascosta, quella, cioè, che rifiutando il controllo del partito, è rimasta fedele alla Santa Sede, vivendo nella penombra per non incorrere nella rieducazione religiosa. Tuttavia, non sono per nulla clementi i toni del pontefice verso l’Associazione Patriottica, che indirettamente definisce come un gruppo di "persone non «ordinate», e a volte anche non battezzate, [che] controllano e prendono decisioni circa importanti questioni ecclesiali, inclusa la nomina dei Vescovi, in nome di vari organismi statali".

Domani 2 agosto l’Associazione Patriottica compie cinquant’anni, durante i quali, però, la situazione della chiesa cinese è notevolmente mutata. Infatti, con il venir meno della fiducia nel partito, soprattutto dopo i fatti di Tian’anmen, si è vista una rinascita del sentimento religioso, in particolare fra i giovani, che non hanno vissuto l’esperienza della rivoluzione culturale, e il partito si è mostrato molto più tollerante nei confronti delle religioni, inclusa la cattolica. Viceversa, è stata proprio l’Associazione Patriottica che ha cercato di ostacolare l’apertura del paese. Nella prassi, però, Chiesa ufficiale e Chiesa nascosta sono più unite di quanto possano far credere: gli impegni pastorali sono maturati a favore di un massiccio intervento nella carità verso orfani, anziani, malati di Aids, per cui il partito è ben grato alla Chiesa ufficiale e non ufficiale per la risposta che danno ai bisogni che lo Stato non riesce a soddisfare. Nella lettera del pontefice questa unità delle due Chiese di Cina è particolarmente sperata, sottolineando anche come molti vescovi e pastori nominati dall’Associazione Patriottica abbiano chiesto di essere legittimati anche da Roma. È, infatti, la questione delle nomine vescovili che sembra preoccupare maggiormente la Santa Sede. Vi è infatti la consuetudine che l’Associazione Patriottica, nomini di sua sponte i vescovi senza che vi sia alcuna consultazione del Vaticano. A tal riguardo, afferma Benedetto XVI "si è assistito a uno svilimento dei ministeri petrino ed episcopale in forza di una visione della Chiesa, secondo la quale il Sommo Pontefice, i Vescovi e i sacerdoti, rischiano di diventare di fatto persone senza ufficio e senza potere. Invece […] i ministeri petrino ed episcopale sono elementi essenziali e integrali della dottrina cattolica sulla struttura sacramentale della Chiesa".

In risposta alla lettera del papa, il leader dell’Associazione Patriottica, il laico Liu Bainian, si è dapprima mostrato intransigente affermando il proposito di restare autonomi, poi si è dichiarato favorevole a un incontro con il pontefice, invitandolo a Pechino. Ha affermato, in un’intervista rilasciata al quotidiano italiano ‘La Repubblica’, che la chiesa ufficiale cinese non è in alcuna controversia teologica con Roma, in quanto quello che è rigettato non è la fedeltà al Papa, di cui si riconosce l’autorità in materia di religione, ma l’ingerenza economica e politica della Santa Sede sulla chiesa cinese. Forte è, secondo Liu, la necessità di essere autonomi politicamente e finanziariamente, anche memori delle colpe che il Vaticano avrebbe avuto nel paese durante il periodo coloniale. Successivamente lo stesso Liu è tornato sui suoi passi, probabilmente dopo che il pontefice ha chiesto comunque calma e riflessione sul da farsi in Cina.

La questione riamane aperta, ma ormai presume un giro di boa nel progredire dei rapporti, gettando le fondamenta a una nuova stagione dei diritti in Cina, che possa fare effettivamente del colosso asiatico (del cui dinamismo Benedetto XVI ha sottolineato i frutti e le aspettative) uno stato in cui la libertà religiosa, a prescindere dalla confessione, possa essere garantita e rispettata senza compromessi e senza condizioni. Intanto, le risposte fra i due paesi possono far sperare bene e possono essere un precedente di grande valore anche per altri paesi in cui regimi spietati (primo fra tutti quello della Corea del Nord) precludono ogni attesa di libertà.

Antonio Manieri