O’ sole “nostro”

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26 Febbraio 2007

SHANGHAI: Negli ultimi anni in Cina si sono succeduti molti tipi di missioni italiane per cercare di veicolare l’Italia, i suoi luoghi, i suoi valori: un paese amico e un partner per i cinesi. Ma dove le varie missioni governative, confindustriali e regionali avevano fino ad allora fallito, l’Orchestra Italiana di Renzo Arbore è invece riuscita appieno.

La tournée, patrocinata dalla Regione Campania e dal gruppo Cis Interporto Campano, svoltasi negli scorsi giorni a Pechino, Tianjin, Nanchino e Hangzhou, si è conclusa in bellezza conquistando anche la più "fredda e commerciale" Shanghai. Presentatasi al Grand Theatre come uno scanzonato gruppo di professionisti e consumati saltimbanchi, l’Orchestra Italiana, capitanata da Renzo Arbore, esattamente come il pifferaio magico, ha realizzato un autentico miracolo: "squagliare" i cinesi.

L’artista, missionario della musica popolare napoletana ma in particolare di quel modo tutto napoletano (italiano) di porsi, è stato in grado, meglio di tante parole, di fare sentire cosa vuole dire "essere italiani", oltre le cartoline di facciata.

Gli spettatori cinesi conoscevano già O’ Sole Mio e Santa Lucia, ma sono usciti dal teatro con un’idea diversa e autentica di che cosa è la canzone napoletana. "Commovente e raffinato": così hanno definito il concerto.

In un’intervista all’apertura del tour, Renzo Arbore aveva dichiarato: "E’ stato davvero un pubblico generoso". Troppo modesto: l’artista non ha conquistato i cinesi perché conoscevano già O’ Sole Mio e hanno ascoltato gentilmente il resto, ma perché ha svelato loro il vero volto della canzone napoletana. La fama di cui alcuni brani godono in Cina è stata un trampolino di lancio per "educare" il pubblico alla vera qualità. Per esempio, presentando un’insolita versione di O’ Sole Mio, riferita al tramonto, più malinconica e difficile rispetto a quella diffusa in Cina, giocosa e in un certo senso "banalizzata".

Per realizzare tutto ciò, il buon Arbore, mastro saltimbanco, ha usato un semplicissimo trucco, ha trasformato i cinesi da spettatori in partecipanti al concerto, e nel momento in cui il tenore cinese ha intonato la versione cinese di "O sole mio" e il soprano cinese la versione tradotta di "Santa Lucia", lo ha trasformato nel "loro" concerto.

Osservarli nelle prime file è stato fantastico: da un nervoso muovere delle gambe dell’inizio, si è passati ad un "timidissimo" uso delle mani, per finire nella apoteosi delle braccia alzate, spellamento delle mani e canto connesso.

A seguire le magistrali evoluzioni jazzistiche di Gegè Telesforo, pure senza alcuna necessaria traduzione, hanno trascinato i cinesi che si sono immedesimati, immersi nei suoni e colori che arrivavano dal palco.

Tutto poteva andare come da canovaccio, visto che molti dei brani sono conosciuti su scala planetaria. Ma alla fine i cinesi hanno cantato "Ma la notte no", ovviamente non uno dei classici della musica napoletana, tradotta in cinese nel suo ritornello così bene da apparire credibile.

L’intelligenza di Arbore è stata nel creare un mix perfetto di scontato e non. La conclusione, Funicolì Funicolà, animata dal pubblico italiano in visibilio, ha letteralmente conquistato anche i più composti. Il tutto con grande eleganza e raffinatezza, da dieci e lode.

E le premesse erano tutt’altro che rosee: una partenza (troppo) commerciale nello stile dei marketing manager che stavano dietro l’organizzazione. Il triste rito della traduzione che se da una parte consentiva ai cinesi di capire, dall’altra contribuiva ad annoiarli non poco.

Ad un certo punto, la domanda dei cinesi accanto è stata: ma scusa, quando arriva qualcosa di diverso dai soliti eventi di presentazione che vediamo tutti i giorni?

E la risposta non ha tardato ad arrivare. Finalmente, quando i Marketing Manager hanno consentito ad Arbore di fare l’Artista che è e alla sua orchestra di spiccare il volo, la metamoforsi ha avuto inizio.

Unica "nota" negativa, tutti i palchi erano vuoti. "Siamo alla conclusione del Capodanno cinese e molta gente è ancora in vacanza", è la spiegazione diffusa. Ma il teatro tiene meno di duemila persone e si trova nella People’s Square, nel pieno centro di Shanghai. Da notare che i biglietti erano a distribuzione gratuita. Non sarebbe stato il caso di invitare "calorosamente" più persone, riempiendo così i tanti posti andati sprecati?

Ma si sa che spesso le autorità italiane trascurano certi "particolari", quindi, commenta una signora appena uscita dal teatro, "per fortuna c’è la cultura a recuperarci". L’evento di ieri sera ha dimostrato come portando la cultura italiana direttamente a contatto con i cinesi, possa essere non solo accettata ma realmente vissuta con trasporto.

Il successo delle iniziative che si sono susseguite in Cina negli ultimi mesi — come l’arlecchino di Strehler e la recente rassegna di cinema italiano — conducono a un’importante conclusione: il popolo cinese sa riconoscere il valore delle cose belle.

Alla fine anche gli italiani presenti non hanno potuto che constatare che nemmeno dieci missioni di Confindustria potrebbero realizzare quanto un "semplice saltimbanco" è stato in grado di fare: convincere che andando in Italia i suoni e le passioni sono quelli sentiti ieri sera sul palco del Teatro di Shanghai.

A emergere ieri sera è stata l’autenticità del marchio "O’ Sole Mio". Alcuni italiani non hanno partecipato al concerto di Arbore perché convinti che la canzone napoletana in Cina, cantata nei Karaoke, sia diventata un "falso". E’ lo stesso atteggiamento che molti hanno nel campo commerciale: o l’autentica pasta De Cecco, o niente. O Armani, o niente.

Ma sono necessarie pazienza ed elasticità: prima di vendere l’autentico made in Italy, vendiamone l’immagine, nell’attesa che i cinesi raggiungano il livello economico e culturale per apprezzare la vera qualità. Lo ha dimostrato Renzo Arbore. Fino a poco tempo fa, ‘O Sole Mio era una canzoncina suonata nei karaoke, uno stereotipo che a detta di molti sviliva la cultura italiana.

Ieri l’Orchestra Italiana ha mostrato ai cinesi la sublimità artistica di questo pezzo d’arte. Gli spettatori sono rimasti entusiasmati. Ma sarebbero andati al concerto se non avessero mai ascoltato O’ Sole Mio nei karaoke? Molti di loro no. L’immagine distorta di un marchio italiano ha creato i presupposti per apprezzarne l’autenticità. Dobbiamo seguire lo stesso percorso anche con gli alimenti, con le automobili, con l’abbigliamento. Costruiamo l’interesse, l’idea, prepariamo il terreno per portare noi "l’originale", prima siano i cinesi stessi a scoprirne il valore e ad appropriarsene. Lasciamo per il momento che si creino un’immagine anche superficiale dei nostri prodotti, ma trasmettiamone la cultura. Perché, fra non molto, i cinesi saranno in grado di riconoscere la bellezza, quella vera, e guarderanno al vero made in Italy con lo stesso sguardo estasiato di ieri sera.

Marzia De Giuli e Alberto Fattori