Outsourcing in India e servizi finanziari: un amore finito?

6 Settembre 2007

NEW DELHI: La situazione di tensione generata dalle difficoltà dei titoli legati in qualche modo ai mutui subprime, tensione poi diffusasi nei mercati di tutto il Pianeta con crisi di diversa serietà, minaccia gravi ripercussioni in alcuni settori dell’economia che più di altri si rapportano direttamente all’area attualmente gravata da maggiore instabilità.

Tra i principali indiziati nella poco invidiabile posizione di precarietà vi sono senza alcun dubbio numerose aziende facenti parte di quell’universo indistinto dell’outsourcing indiano, vero mito per molte imprese statunitensi che hanno deciso da alcuni anni di esternalizzare nel subcontinente parte delle proprie attività produttive.

Ad essere particolarmente attente a riguardo dell’evolversi dell’attuale crisi sono soprattutto le aziende come la IGate Global Solutions che forniscono assistenza alle società americane nelle procedure connesse alla fornitura di ipoteca: la paura è che a causa dell’impatto della crisi anche sui mercati asiatici, e all’interno di essi, in India, la dislocazione dei servizi finanziari, bancari e tecnologici verso il Paese subisca un freno piuttosto repentino.

D’altronde, è noto, le attività esternalizzate offrono l’impareggiabile pregio di rappresentare dei costi sostenibili con maggiore flessibilità rispetto alla produzione interna alle mura d’impresa, spesso legata a rigidi costi strutturali. E tale flessibilità si traduce spesso in richieste improvvisamente tagliate, riduzioni che rischiano di mettere in ginocchio quelle imprese che svolgono la maggioranza (a volte, la totalità) delle proprie transazioni con le aziende committenti, nella fattispecie aventi bandiera a stelle e strisce.

L’impatto della crisi, sostengono gli esperti del subcontinente, per ora è limitato esclusivamente alle società legate strettamente al settore dei mutui. Niente, tuttavia, può escludere che la gravità della situazione possa avere effetti talmente pesanti da poter incidere drasticamente sul futuro di una miriade di imprese di varie dimensioni e di vari settori legati anche indirettamente a quello finanziario oggetto di turbolenza in questi mesi.

Non giovano, in tal senso, le aspettative di breve termine che gli analisti asiatici hanno pubblicato nelle scorse settimane sul subcontinente, già al centro di una particolare situazione di politica interna che vede il governo indiano contestato da entrambi i lati del Parlamento per una apparente cattiva gestione degli accordi nucleari proprio con gli Stati Uniti. Altissima volatilità dei mercati e situazioni di incertezza all’interno e all’esterno dei confini del Paese paiono contraddistinguere il presente e l’imminente futuro dell’economia indiana.

In questo contesto il (definitivo?) sgonfiamento della bolla immobiliare statunitense giunge come un duro colpo per quelle imprese indiane che proprio grazie al boom del real estate negli Stati Uniti avevano goduto di una crescita di circa il 50% in una manciata di anni. Il mercato ora si è però fermato, e nell’attesa che le imprese statunitensi facciano i conti delle proprie perdite (le notizie, in tal senso, sono parzialmente ancora confuse), le aziende indiane si preoccupano di prevedere i minori ricavi futuri.

È stata anche la tendenza all’erogazione di mutui subprime, non v’è dubbio, a spingere verso l’alto la richiesta di outsourcing in India, ed ora che la curva statunitense della domanda del settore inizia a vacillare, è altrettanto certo che saranno diverse le società asiatiche a doversi leccare le ferite. Un esempio su tutti è fornito dalla GreenPoint Mortgage, sussidiaria della Capital One Financial Corp, le cui attività di esternalizzazione (di cui beneficiavano colossi indiani quali la già citata iGate Global Solutions e un ramo della Infosys Technologies) sono state sospese, con buona pace di centinaia di lavoratori che sono costretti a riconsiderare a rischio la propria occupazione.

Altri affari mancati coinvolgeranno probabilmente l’indiana WNS, che preventiva un distacco da parte della statunitense First Magnus Financial, e almeno un’altra decina di aziende già individuate nella triste conta degli interessati. Il rischio è che la lista possa ingrossarsi, e che questi primi nomi possano essere la punta di un iceberg dalla grandezza ancora incerta.

Roberto Rais

0/5 (0 Reviews)

ti è piaciuto questo contenuto?

esprimi il tuo giudizio

0/5 (0 Reviews)