Parte della Cina ma separata da essa

7 Luglio 2006

LAYKANDAO VILLAGE: Naydup Gyatse, capo della comunita’dell’altipiano tibetano, non sa il nome del presidente, ne’ gli importa saperlo. Sulla mappa, questa terra fa parte della provincia cinese del Sichuan, ma per le 300 persone che ci vivono e’ Tibet.

Dormono in case di pietra e mangiano tsampa, il porridge di orzo tradizionale per l’etnia tibetana, accompaganto da te’ al burro di yak. Il viaggio in qualsiasi altro posto da qui – la citta’ per rifornimenti o cure mediche- viene fatto a piedi o a cavallo lungo un cammino polveroso, in attesa di una strada vera. Alle loro pareti appendono foto del Dalai Lama, leader spirituale del Tibet, la cui immagine e’ vietata in Cina.

"La Cina e’ lontana", dice Gyatse "Non so nulla di mappe o di altri paesi ma conosco questa parte del Tibet. Non riceviamo alcun aiuto dal governo cinese, forse se lo facessimo ci sentiremmo diversi."

Per decenni, la Cina ha cercato di eliminare le inclinazioni separatiste delle sue minoranze etniche, soprattutto quelle tibetane, legando il loro destino all’economia cinese. Laddove nazionalismo e comunismo hanno fallito nell’ispirare fedeltà in territori lontani dalla capitale, ci penseranno gli standard di vita di Pechino.

Ma un viaggio nei paesini e villaggi tibetani nel Sichuan occidentale mostra che nonostante l’aumento dei salari e l’influsso della modernità, queste comunità continuano a vivere separatamente dalla Cina, mantenendo intatti i loro desideri di auto-governo.

Il capitalismo comunque e’ arrivato anche qui, portando televisioni e automobili e aprendo nuovi mercati per i prodotti coltivati e raccolti localmente. In una vallata verdeggiante a 14 mila piedi sopra il livello del mare e tre giorni di distanza dalla strada, un monaco tibetano siede vicino ad una grotta in meditazione indossando una tunica cremisi con indosso un cappello da scii firmato Nike.

Tuttavia, la Cina assomiglia piu’ che mai ad una terra straniera.

Litang, una citta’ a ovest di Chengdu, provincia del Sichuan, da semplice villaggio di pascoli si e’ trasformata in un centro commerciale. Tibetani dai capelli lunghi con indosso cappelli da cowboy esaminano motociclette, generatori elettrici e antenne satellitari in vendita accanto a materassi di lana di yak. La gente si da’ ora appuntamento sotto un paio di palme finte che si illuminano di luci al neon di notte.

Ad un giorno di cammino, compare il villaggio di Laykandao quasi completamente isoalto. Qui, nonostante la politica del figlio unico, gli abitanti possono avere fino a tre figli e nessuno viene mai ad esigere tasse da oltre dieci anni. Sempre meno cinesi si spingono fin qui, dice il capo villaggio. "Studiare, migliorare giorno dopo giorno", recitano alcuni caratteri scritti col gesso sulla porta in legno di una casa adibita a scuola, dove 36 bambini, dai 7 ai 16 anni, sono seduti in file di banchi. L’insegnante parla a malapena il mandarino, dialetto nazionale, ma a molte famiglie qui non importa.

"Non voglio che i miei nipoti imparino il mandarino", dice Aka, 63 anni, mentre sgrana un rosario tibetano, " e’ una lingua che non ci appartiene". Suo figlio, Tsea Do, 30 anni, vorrebbe invece vedere i propri figli istruiti e spera di mandarli a studiare in India, dove vive il Dalai Lama e dove possono imparare l’inglese. La sua famiglia ora si e’ arricchita, e guadagna circa 625 dollari l’anno, rispetto a dieci anni fa. Una luce al neon illumina la loro casa e ora hanno in progetto anche una televisione.

Ad un altro giorno di cammino,si arriva al monastero di Naygo, dove per oltre mille anni le famiglie tibetane mandavano qui a studiare i propri figli. Ora sempre meno famiglie scelgono di farlo e il numero dei membri del monastero e’ sceso a 250 dai 400 del 1947.

Tutto sta cambiando ma solo una cosa sembra resti immutata: l’odio verso i cinesi.

Gli anziani ancora ricordano le truppe cinesi quando arrivarono qui nel 1950 e rasero al suolo i monasteri, uccidendo monaci, demolendo statue e chiudendo i monasteri per 26 anni fino alla riapertura nel 1984. Ora le autorita’ cinesi sono tornate, questa volta con progetti per trasformare il monastero in destinazione turistica. Un tempo visto come qualcosa da sopprimere dai cinesi, ora lo stile di vita tibetano e’ diventato un bene di valore.

"Siamo orfani", dice Gyamatse "siamo i figli adottivi della Cina. Il nostro leader spirituale e’ in India e non abbiamo ne’ padre ne’ madre."

Ylenia Rosati