Pena di morte: decide la Corte

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11 Gennaio 2007

PECHINO: D’ora in poi uccidere o no i condannati a morte è prerogativa della Corte Suprema Cinese. Dal 1979, quando la facoltà di giudizio fu affidata ai tribunali locali, le condanne venivano eseguite troppo rapidamente e spesso senza possibilità di difesa.

Ma lo scorso 31 dicembre i tribunali delle province Hunan e Sichuan hanno emesso le ultime sentenze prima dell’entrata in vigore dell’attesa riforma – già anticipata dal Premier Wen Jiabao nel 2005 – che gli esperti cinesi ritengono un punto di svolta.

In Cina la pena di morte ha sempre riscosso ampio consenso. Dopotutto in antichità la vita dell’uomo era "nelle mani del Cielo", cioè del sovrano, che decideva della sorte dei cittadini. Allo stesso modo nella società moderna la pena di morte deve essere inflitta dalla Corte Suprema.

Implicazioni filosofiche a parte, la "restituzione" del potere alla Corte Suprema non è un atto di accentramento ma di liberalizzazione, hanno spiegato gli esperti. Infatti la riforma porrà un freno alle esecuzioni di innocenti, fenomeno ormai pubblicamente noto.

Solo tre giorni prima dell’entrata in vigore della nuova legge, il killer Qiu Xinghua veniva condannato a morte dal tribunale della provincia Shaanxi. L’uomo, in seguito riconosciuto malato di mente, avrebbe avuto più chance di sopravvivenza se la decisione fosse stata rimandata alla Corte Suprema.

Già negli anni ottanta aveva fatto scalpore la notizia di una condanna eseguita per errore a Luoyang. Poi, uno dopo l’altro, sono venuti alla luce molti scandali, fino a che negli anni novanta il vice direttore della Corte Suprema, Shen Deyong, ha riconosciuto la necessità di affidare il giudizio a un organismo superiore.

Si è aperto un dibattito così acceso da essere definito il "cuore malato del tribunale". Naturalmente l’opinione pubblica non veniva coinvolta, lasciata nella convinzione che "più le decisioni sono prese a livello locale più la società è equa".

Naturalmente non era così. Il motivo era un altro, e cioè la convinzione che solo "severità e rapidità" potessero garantire la corretta applicazione della pena. Il controllo stava sfuggendo di mano a tal punto che nel 1984 l’analista Fan Chongyi dichiarò ai giornalisti che nella provincia Henan la gente non osava uscire di casa per la paura. Il numero dei reati capitali era cresciuto da ventisette nel 1979 a settantuno nel 1995. I tribunali locali eseguivano le condanne con pronta rapidità. "Di fronte alla possibilità di uccidere o no, tutti sceglievano il sì", racconta il professor Chen Guangzhong al settimanale Nanfang Zhoumo, noto per lo spirito indipendente che gli ha provocato diverse censure.

Gli scandali si sono susseguiti. Quattro anni fa l’avvocato Zhu Zhanping della provincia Shaanxi è corso alla Corte Suprema per difendere il proprio cliente Dong Weiming. Troppo tardi: la condanna era già stata eseguita. Zhu Zhanping ha perso la sua battaglia, ma ha conquistato l’attenzione pubblica. Si è trasformato in un eroe, salvando in seguito sei vite e partecipando a forum e tavole rotonde sulla pena di morte.

L’opinione pubblica cinese è cambiata? No, e lo confermano le statistiche. L’uccisione di Saddam Hussein, tanto per citare l’esempio più recente, è stata accolta come "ovvia e giusta" dalla stragrande maggioranza dei cinesi. Ogni dibattito vede il pubblico inevitabilmente schierato a favore della pena di morte.

Ma qualche voce, anche fra i potenti, comincia a osare toni diversi. "Anche se non è ancora pensabile abolire la pena di morte, possiamo già garantirne l’uso moderato", afferma Nanfang Zhoumo.

Gli analisti sostengono che oltre un quarto delle sentenze inflitte non andrebbe eseguito. A chi sostiene che "pagare con la morte" sia stabilito dal Cielo, l’analista Fan Chongyi risponde che la pena capitale dovrà essere applicata solo per i "crimini più gravi".

Il problema è capire che cosa i cinesi intendono per "crimini più gravi", quando i giuristi avranno completato la stesura dell’annunciata "bussola". Sarà ancora più importante che i governi locali rispettino le decisioni della Corte. Nello scetticismo generale, non possiamo però tralasciare un dato: alcuni intellettuali cinesi si sono augurati pubblicamente che il ritorno del potere alla Corte Suprema sia un primo passo di avvicinamento a una "non troppo lontana abolizione della pena di morte". E c’è addirittura chi ha osato qualche previsione: secondo Gao Mingxuan, nel 2021 i reati capitali saranno ridotti a un terzo e nel 2049 la pena di morte verrà abolita.

Marzia De Giuli