Quanto serve un visto

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12 Gennaio 2007

BERGAMO: Gli italiani vanno in Cina, e i cinesi vengono in Italia. Quali cinesi? A quanto pare, quelli indesiderati. Il braccio di ferro dei visti è una questione ormai nota. Il consolato italiano non li rilascia facilmente e tutti si lamentano. Si lamentano le istituzioni, si lamentano gli imprenditori, si lamentano i cinesi che vorrebbero visitare il nostro paese per fare business, ma si vedono il visto negato.

Prendiamo ad esempio la città di Bergamo. I bergamaschi sono diffidenti, si sa, ma attivi. Certamente sono interessati a interagire con la Cina, essendo Bergamo la quarta provincia industriale in Italia e una delle poche eccellenti in tutti i settori. Lo conferma Alfredo Valenti, responsabile del Servizio Promozione all’estero della Camera di Commercio di Bergamo, illustrando gli sforzi fatti dalla provincia per aprirsi alla Cina. "La Camera di Commercio è presente a Shanghai da otto anni con un ufficio di rappresentanza che lavora in sinergia con le istituzioni cinesi, con l’obiettivo di favorire i rapporti bilaterali", spiega. A tale scopo è nata anche Assist, società consortile fra Confindustria Bergamo e Camera di Commercio, che sostiene il processo di internazionalizzazione delle piccole e medie imprese.

E’ indubbio che in Cina i bergamaschi hanno già fatto molto, partecipando a fiere, seminari e iniziative in tutti i settori. Del rapporto con le istituzioni italiane presenti in Cina sono discretamente soddisfatti, dice Valenti, ma come tutti auspicano lo snellimento delle procedure burocratiche per il rilascio dei visti.

Non si può negare che la "severità" del consolato italiano abbia il proprio motivo d’essere. I cinesi in coda agli sportelli fanno di tutto per ottenere un visto business per l’Italia, esibiscono perfino foto che li ritraggono con personaggi italiani famosi. Ma molti, una volta in Italia, spariscono nel nulla o, nel migliore dei casi, ritornano in Cina dopo settimane di svaghi che si concludono con una breve – e per nulla commerciale – visita all’azienda che li ha formalmente invitati.

Ma considerato che la comunità cinese in Italia cresce a ritmi rapidissimi, è evidente che arrivano quelli che non dovrebbero, e viceversa. A marzo 2006 alcuni ingegneri cinesi, invitati da un’azienda di Mondovì per la messa a punto di macchinari, e mandati in questura per estendere il visto, furono trattati dalla polizia alla stregua di clandestini. Dovettero rilasciare le impronte digitali e attendere per ore in uno stanzino prima di ottenere l’estensione del visto.

E i clandestini veri da dove vengono? Entrano attraverso altri Paesi e altri porti. A ben cercarle, le risposte ci sono, per esempio nelle pagine di Gomorra, libro scritto da Roberto Saviano sulla criminalità organizzata napoletana. Ma senza andare fino a Napoli e restando nella più "industriale" Bergamo, i dati sono comunque significativi.

La responsabile del Centro per l’Impiego della provincia di Bergamo, Giuseppina Radesca, spiega che dall’1 gennaio al 30 settembre 2006 le aziende della provincia di Bergamo hanno regolarmente assunto 480 dipendenti cinesi, ma solo 31 iscritti al Centro per l’Impiego. Per fare un paragone, al 30 settembre 2006 gli italiani iscritti erano 28.612 a fronte di 8.931 assunzioni.

Questo significa che la maggior parte dei cinesi trova lavoro autonomamente e senza fare leva sul tessuto economico bergamasco. Ogni sospetto è lecito. Esprime perplessità anche una impiegata dell’ufficio Informa Lavoro di Bergamo. "In tutto avrò visto sì e no tre cinesi". Inutile elencare i casi di attività illegali, fabbriche clandestine, prostituzione e sfruttamento minorile; basta dare un rapido sguardo alle notizie di tutti i giorni.

Con queste premesse, il famoso sistema Italia come si costruisce? "Che senso ha promuovere il territorio di Bergamo se poi non rilasciate i visti?", si lamentava la titolare di un’agenzia di viaggi cinese in occasione della visita di una delegazione bergamasca a Shanghai due anni fa.

"Perché non rilasciate i visti ai cinesi che vogliono fare business in Italia?", ha chiesto allo stesso modo la comunità italiana a Massimo D’Alema in occasione della recente visita a Shanghai. Il Ministro degli Esteri ha risposto vagamente.

Chi lavora al consolato non fa altro che eseguire le direttive, e di certo non si diverte a negare visti, quando le richieste sono invece molte. Sempre per restare a Bergamo, le aziende cominciano ad apprezzare la manodopera straniera. Gli artigiani professionisti scompaiono e vale la pena assumere nuove forze straniere competenti e a bassi costi. I preferiti dai bergamaschi sono i senegalesi e i peruviani — riferiscono dal Centro dell’Impiego – perché seri e laboriosi. Di cinesi seri ce ne sono tantissimi e desiderosi di interagire con le aziende italiane. Ma a questi le autorità italiane vietano l’ingresso ufficiale. Rimane spalancata, solo per i furbi, la porta di servizio.

Marzia De Giuli