Rassegna Cinema Coreano a Milano: omaggio a Kim Ki Duk

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Rassegna Cinema Coreano a Milano: omaggio a Kim Ki Duk

18 Giugno 2007

MILANO

Documentario-Intervista "Kim Ki-Duk, cineaste de la beautè convulsive"

La serata di giovedì 14 giugno al cinema Apollo di Milano si è aperta con la proiezione dell’intervista-documentario "Kim Ki-Duk, cineaste de la beautè convulsive" (Kim Ki-Duk, cineasta della bellezza convulsiva). Il regista accoglie i suoi intervistatori all’interno della sua casa, lontana anni luce dal fracasso di Seoul, e edificata in un abitato artistico ed ecocompatibile di cui dimostra di andare molto fiero. La chiacchierata, dai toni piacevoli ed informali, percorre le tappe principali della biografia e della filmografia del cineasta, intervallata dalla visita dei locali della sua abitazione, dalla mostra di cimeli e oggetti utilizzati nei suoi film di successo e dall’elenco interminabile di premi e riconoscimenti raccolti in mezzo mondo. Racconta il percorso della sua vita, soldato, monaco, pittore, regista, nato nel 1960 a Bonghwa, un villaggio di campagna nella provincia del Kyonsang del Nord, e trasferitosi a nove anni con la famiglia a Seul, dove a causa di una complessa situazione familiare abbandona la scuola e, dopo aver lavorato in fabbrica negli anni dell’adolescenza, si arruola nei corpi speciali dell’esercito. Dopo cinque anni come sottufficiale (un’esperienza, quella dell’esercito, che ritorna sotto traccia in alcuni dei suoi film) un’improvvisa vocazione religiosa lo porta a trascorrere due anni in una chiesa videolesi con l’intenzione di diventare predicatore. La passione per la pittura, cha aveva iniziato a coltivare fin da ragazzo, lo allontana però dalla vita spirituale e lo porta a Parigi per studiare all’accademia di belle arti. Qui trascorre due anni, guadagnandosi da vivere vendendo i suoi quadri e organizzando mostre ed è sempre in Francia dove la passione per il cinema sboccia e ne condiziona la vita successiva .

Di ritorno in Corea, si dedica alla stesura di una sceneggiatura che nel 1993 ottiene il premio per la migliore sceneggiatura dell’Educational Institute of Screenwriting: il buon risultato lo incoraggia a proseguire sulla strada della scrittura cinematografica prima e della regia poi.

Il suo esordio dietro la macchina da presa arriva nel 1996: privo di qualsiasi formazione cinematografica sia teorica sia pratica, Kim Ki-duk esordisce con un film assolutamente sbalorditivo, Crocodile, dal quale muove tutto l’aspetto poetico del suo cinema e che troverà in The Isle (1999) il capolavoro della prima fase della sua carriera. L’apice narrativo risiede nella riflessione sulla sofferenza, la violenza, la crudeltà, il mutismo e il sesso messo in scena come strumento di comunicazione, fino alla questione del limite fra la realtà e la finzione. Il racconto di Kim Ki-Duk salta da poi da un tema all’altro presente nel suo cinema e nella sua vita, lo sperimentalismo della sua tecnica di regia, la componente onirica della sua narrazione, il senso di frustrazione che vede pervadere in Corea, la consapevolezza e l’orgoglio di non essere profeta in patria.

Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera (2003)

La rassegna è poi proseguita con la proiezione del film Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera (2003), premiato con il Leone D’oro a Venezia, l’opera mette in luce forse per la prima volta l’aspetto più esplicitamente spirituale del cinema di Kim, che dirige un film maturo e compiuto, con il quale il regista sembra aver risolto molti dei conflitti interiori che lo affollavano nei lavori precedenti e che inaugura di fatto la seconda fase della sua carriera. Le stagioni scandiscono la vita del protagonista, un piccolo monaco buddista che vive con il suo maestro in monastero galleggiante adagiato su laghetto a sua volta racchiuso in una vallata incontaminata. Primavera: il piccolo monaco per capriccio lega pietre sulla schiena di una rana. Estate: il monaco, divenuto adolescente, si innamora di una ragazza giunta al monastero per rimettersi da una malattia. Autunno: il monaco, ormai uomo, ritorna al tempio dopo aver compiuto per gelosia l’omicidio della moglie. Autunno: il monaco, ora nella sua piena maturità, si ritira su di una montagna innevata per imparare le arti del buddismo. Ancora Primavera: il monaco cresce un bambino nella pace del tempio con il karma che continua.

Kim Ki-duk mette in scena con delicatezza e sobrietà un cammino di ascesi fuori dagli schemi, vicino alla parabola evangelica del figliol prodigo e al tempo stesso pregno di cultura buddista (il maestro infatti manca di qualsiasi connotazione divina). La nuova primavera, anzi, ci restituisce l’uomo rinnovato dopo il calvario, a sua volta maestro di un bambino abbandonato che ha le stesse fattezze di lui quando era bambino: a chiudere un cerchio che identifica le vite di due uomini che avevamo creduto diversi.

È proprio in questa chiusura che riconosciamo non solo l’originalità della vita del monaco, ma anche del racconto intero. Dopo uno sviluppo rettilineo che presuppone una concezione del tempo pure rettilinea, così vicina alla percezione occidentale, l’avvitamento improvviso nel finale, a informare al contrario di un tempo circolare, equivale ad un’esplosione, in cui si spezzano le logiche su cui si era costruita la vicenda, ma dove si precisa il senso del film.

La parabola di Kim Ki-duk diventa allora esemplare. Il monaco, che vive su una chiatta non ancorata, su una superficie mobile, in simbiosi con la natura, in perfetto equilibrio, fu uomo meschino che per un certo tempo abbandonò la Via della Perfezione per i miraggi della vita mondana, materia grezza che ne ricopre la lucentezza.

Le stagioni passano, il paesaggio muta e la natura, che pare indifferente ai destini umani, è invece, in tutta la sua magnificenza, una superficie riflettente in cui l’uomo può scorgere, nell’alternarsi di vita e morte, il significato delle proprie stagioni, il mistero dell’esistenza. Chicca offerta dal regista è la sua partecipazione da attore protagonista nelle ultime due stagioni ("..inverno e ancora primavera") della narrazione, e il saggio di kung-fu che, completamente a torso nudo in un paesaggio glaciale, Kim Ki-Duk dedica con maestria allo spettatore.

La Casa Vuota -Ferro 3 (2004)

Ultima proiezione in programmazione è Ferro3, pellicola premiata a Venezia nel 2006 con il Leone d’argento per la migliore regia. Tae-suk entra nelle case altrui quando i proprietari sono assenti e vive le loro vite per qualche ora, fa ordine e lava panni e pavimenti per poi sparire senza portar via nulla. Un giorno s’imbatte in Sun-hwa, una donna triste che lo osserva silenziosa mentre si prende cura della sua casa: tacita e immediata scatta la complicità tra i due. Tae-suk la difende da un marito violento e possessivo e lei lo segue senza chiedere spiegazioni. L’amore si manifesta gradualmente di casa vuota in casa vuota, ma la realtà ostile irrompe con violenza: Sun-hwa si rifugia nella nostalgia, conserva i loro gesti condivisi e aspetta, mentre Tae-suk impara a diventare invisibile per amarla liberamente.

E’ il silenzio dei dialoghi il vero protagonista del film e la storia è quella di due silenzi complici che si ritagliano uno spazio sconfinante nel sogno, e le scelte narrative sono nitide e precise fin dall’inizio. È una questione di simboli: Sun-hwa è una casa vuota che attende qualcuno che trovi il modo di entrarvi e ridarle vita, una solitudine che attende di essere penetrata e dissipata.

E poi c’è la mazza da golf da cui Tae-suk non si stacca mai – il Ferro 3 del titolo -, difficile da maneggiare e perciò poco usata, metafora anch’essa di una solitudine e di un modo di vivere inconsueto: Tae-suk è una sorta di folletto apolide che nelle case altrui cura le piante, lava la biancheria, ripara gli elettrodomestici, restituendo così vita e senso a un quotidiano obliato e atrofico. Condividendo questi gesti, i due protagonisti ritrovano un vivere intenso e tuttavia immune da zavorre, fatto di cura di sé e dell’altro e di presenza nelle cose, ma, per affermarlo, devono rompere un ordine incancrenito, e la mazza da golf, con cui Tae-suk difende Sun-hwa dal marito, è anche e soprattutto la violenza che ogni rottura porta con sé.

Per mettere in scena questo delicato sodalizio tra due solitudini, Kim Ki-duk sceglie sguardi e silenzi pregnanti, essenza di un cinema di asciutta densità, un cinema che racchiude universi in una sola inquadratura. Bastano le immagini, nitide e sensuali, ad illuminare questo canto dell’amore perfetto, in cui i silenzi non sono vie di fuga, in cui l’agire prevale sul parlare vano, e in cui l’uno abbraccia completamente la vita dell’altro senza nulla chiedere.

Alla fine l’approccio violento alla realtà cede il posto ad un’aerea invisibilità e ciò è sottolineato dall’evoluzione del linguaggio. La scena del ritorno di Tae-suk è girata in una soggettiva fluttuante e l’ultima inquadratura mostra i piedi dei due protagonisti intrecciati sulla bilancia che segna zero: Kim Ki-duk chiude il suo inno alla leggerezza sfumando nella rarefatta rappresentazione di un desiderio.

Angelo Toscano

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