Ritratto d’autore: Park-Chan Wook, la simpatia per la vendetta

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Ritratto d’autore: Park-Chan Wook, la simpatia per la vendetta

20 Luglio 2007

La vendetta vista come espiazione, come emozione purificatrice: questo il tema centrale del Cinema di Park Chan-wook, al quale il regista coreano ha dedicato un’intera trilogia, raffinando progressivamente la propria ricerca stilistica e colpendo allo stomaco e al cuore con esplosioni di violenza. E’, infatti, un Cinema estremo per immagini e sentimenti quello di Park Chan-wook, nel quale opposte vendette si incrociano crudelmente.

Il primo, destabilizzante, capitolo ha per titolo "Sympathy for Mr Vengeance" (Boksuneun naui geot, 2002): apparentemente povero e stilisticamente grezzo nel narrare un accumulo di errori e di sciagure, risulta invece, ad un più attento esame, un ritratto nudo e desolato di solitudini dove il sentimento di vendetta resta l’unica rabbiosa forza motrice, un condensato di angoscia che soffoca lo spettatore, un grigiore spoglio ed uniforme che attanaglia corpi e anime rotto solo dallo scorrere del sangue. Il protagonista è un ragazzo sordomuto, Rju, che, ossessionato dal pensiero di salvare la sorella donandole un rene, cade vittima di una banda di gangster. Il silenzio in cui Rju è immerso ed estraniato, ascoltando solo i suoni della propria mente, detta la cifra stilistica del film, alternando silenzi a sordi rumori, mentre la vicenda si snoda in scenari d’infinito squallore, dai grandi interni vuoti al fiume dove si consuma la tragedia. La mancanza di denaro in cui Rju viene a trovarsi dopo l’incontro con la banda, senza poter far fronte all’operazione della sorella, innesca una catena di drammatici eventi: il rapimento di una bambina (è il rapimento l’altro tema ricorrente nel Cinema di Park Chan-wook, quasi un motivo martellante e fulcro di ogni storia), il suicidio della sorella, la morte accidentale della bambina, la ritorsione che ne nasce. Il dramma si sposta quindi sul padre disperato, scavando nella sua solitudine e nella sua crescente ossessione di vendetta, sul nulla che a poco a poco lo inghiotte lasciando spazio solo alla furia di giustiziere alla quale dovrà ubbidire come ad una condanna. Mentre altre vendette si intrecciano, il film concede momenti altamente toccanti, come l’apparizione del fantasma della piccola, grondante acqua, e Rju che, in ascensore, stringe di nascosto la mano dell’amica uccisa.

E’ dell’anno seguente il film di Park Chan-wook più compiuto sul tema della vendetta e di tutta la sua cinematografia, quello che può a tutti gli effetti essere considerato il suo capolavoro: "Oldboy". Tratto da un manga giapponese del quale però stravolge il finale, scava nell’anima nera e disperata di un uomo imprigionato per 15 anni senza un’apparente ragione e improvvisamente liberato con un’unica ossessione, vendicarsi, e assume le tinte di un giallo crudele. Narrativamente più strutturato e completo rispetto al film precedente, "Oldboy" prepara allo spettatore anche un crescendo di mistero e di suspence, poiché alla ricerca di Oh Dae-su (l’attore Choi Min-sik) dei responsabili della rovina della propria vita si mescolano alcuni inquietanti interrogativi: "perché gli è stato fatto questo?" "perché altrettanto improvvisamente è stato liberato?" "chi è la ragazza che si trova sul suo cammino e si presenta come suo unico aiuto?". Oh Dae-su ha solo cinque giorni per rispondere a queste domande e trovare la chiave dell’enigma e, più scava e più si vendica, più si rende conto della trama oscura che sta sotto ogni cosa, che muove perfino la sua vendetta, capisce che nulla sta accadendo per caso. Si sta incrociando con un’altra vendetta, quella dell’uomo stesso a cui sta dando la caccia, la cui origine è da rintracciare in un lontano passato e in un suo distratto errore dimenticato.

"Oldboy" intreccia ambigui ed inquietanti legami a scene di iperviolenza, è un film cupo e sanguinario, feroce, terribile nel guardare in fondo all’abisso nero della disperazione, dove solo la dimenticanza può guarire dall’orrore della verità.

Park Chan-wook, il cui ultimo film, "Saibogujiman Kwenchana", non è ancora stato distribuito in Italia e che ha in lavorazione una storia di Vampiri dei nostri giorni, "Bakjwi", completa nel 2005 la trilogia sulla vendetta con "Sympathy for Lady Vengeance", o "Lady Vendetta" ("Chinjeolhan geumjassi"), il più originale a livello stilistico, sviluppato con una struttura a puzzle narrata a più voci in un continuo alternarsi di flash back, che, ancora una volta, nasconde un segreto crudele.

Il ritmo si spezza successivamente, quando scopriamo il mistero che ha oscurato la vita della bella Lee Geum-ja (la carismatica Lee Yeong-ae), un angelo per le ex compagne di cella che ne rievocano la storia e che la sua gentilezza le ha reso alleate, ma un angelo terribile capace di macchiarsi di altro sangue.

Geum-ja esce dopo 13 anni di prigione covando un oscuro desiderio di vendetta, eppure sembra lei la colpevole, con la confessione dell’omicidio di un bambino. Ma se vuole vendetta perché si è accusata di assassinio? Mentre scaviamo nel buio dei segreti del suo passato (partendo ancora una volta da un rapimento) il film si carica di dolore, del senso di perdita (una figlia da ritrovare solo per poco, il vuoto lasciato dalle morti), di rabbia, di perdono impossibile, si fa sempre più cupo e diabolico. Il percorso vendetta/espiazione della colpa raggiunge il suo apice. L’atto finale presenta una feroce giuria di vittime che esegue la giusta condanna guidata da Gum-ja, l’angelo vendicatore dalle palpebre oscurate di rosso per rammentare il proprio peccato. Un film che ha stile, forse anche troppo, e questo è il suo pregio e difetto, poiché cambia di continuo registro senza trovare un’unità di disegno, variando di ritmi e di toni (le incalzanti e intrecciate testimonianze dell’inizio ne costituiscono la parte migliore). E che forse avrebbe dovuto chiudere sul sorriso di tragica soddisfazione di Lady Vendetta.

Gabriella Aguzzi

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