A Shanghai parolacce di tendenza

29 Novembre 2006

SHANGHAI: Si sono consolati subito: a pochi mesi dalla chiusura decisa dal governo di Shanghai del famoso mercato Xiangyang, noto anche ai turisti italiani per i falsi di ogni genere a prezzi irrisori, molti produttori tessili si sono riciclati lanciando una novità: "le magliette parolaccia".

E’ meglio stampare sulle t-shirt una parolaccia o un marchio d’alta moda falso? Non c’è dubbio: non solo le magliette parolaccia passano per ora inosservate di fronte alla legge, ma piacciono molto agli adolescenti cinesi, tanto da essere diventate l’ultima moda di Shanghai. Si tratta di semplici t-shirt decorate con parolacce a grandi caratteri, dai più comuni insulti a espressioni volgari e a sfondo sessuale. Le scritte sono quasi sempre in lingua straniera, soprattutto inglese, giapponese e coreano.

L’idea, nata a Canton, è stata adottata a Shanghai e ha subito centrato l’obiettivo: per i giovani shanghainesi, sempre alla ricerca di tendenze esotiche, le parolacce straniere sono moderne e "ku" — cool. Ma ultimamente questa moda, che ha già conquistato migliaia di ragazzi, ha iniziato a dare troppo nell’occhio e qualcuno l’ha già definita "inquinamento del mercato dell’abbigliamento".

Per ora il governo lascia correre, ma potrebbe intervenire presto con severi controlli per evitare che le parolacce vengano stampate illegalmente su capi firmati. In poche settimane miriadi di negozi sono spuntati come funghi, nascosti qua e là nelle vie cittadine, e alcuni hanno venduto anche più di mille magliette in un giorno.

La nuova moda si sta diffondendo soprattutto attraverso Internet. Si parla di trenta milioni di t-shirt parolaccia già in vendita su Taobao, sito di e-commerce e aste online fra i più utilizzati. Ed è proprio attraverso la tecnologia digitale, padroneggiata a Shanghai anche dai più piccoli, che mail e sms pubblicitari arrivano a tutti. A Shanghai è sempre tempo di saldi: le magliette costano da circa trenta a trecento yuan (tre – trenta euro) e si possono ordinare su misura con la possibilità di scegliere le parolacce. Così il vocabolario si arricchisce di nuovi termini. Va tutto bene purché, annuncia l’Associazione Tessili di Shanghai, le t-shirt non vengano ufficialmente prodotte da note case d’abbigliamento.

Se le autorità si preoccupano soprattutto dei risvolti economici, molti sociologi si interrogano sulle cause e le conseguenze sociali del fenomeno. In Cina e in particolare nella raffinata Shanghai, la principale preoccupazione di ogni coppia è l’educazione del proprio figlio unico, alla quale è destinato oltre il cinquanta per cento delle risorse economiche familiari. I cosiddetti "piccoli imperatori", generazione privilegiata nata nell’improvviso benessere, vivono circondati dalle cure esclusive di genitori e nonni. Nella moderna Shanghai i bambini crescono guardando cartoni animati in inglese e imparando a interagire con gli stranieri. Ai piccoli viene insegnato a credere in se stessi e a lottare per realizzare i più alti obiettivi professionali ed economici. A differenza di molti coetanei educati al rigore e all’umiltà secondo i valori tradizionali, i bambini di Shanghai sono fin dalla più tenera età lasciati liberi di esprimere la propria personalità anche attraverso la scelta dell’abbigliamento.

E’ giusto lasciare i bambini liberi di indossarle? Sì, dicono alcuni genitori. No, ribattono altri. La colpa è degli stranieri che ostentano espressioni volgari, si lamentano i più conservatori. Bisognerebbe impedire ai propri figli di indossare quelle magliette, che provocano fra l’altro equivoci e inconvenienti, commenta qualche educatore. Il fenomeno deve essere affrontato con lo spirito giusto, afferma un insegnante della prestigiosa università Fudan. Con l’arrivo dell’estate e la possibilità di liberarsi delle divise che sono costretti a indossare tutto l’anno scolastico, i ragazzi si possono finalmente sbizzarrire nell’abbigliamento. Dopotutto Shanghai è considerata la città cinese più alla moda e i suoi adolescenti ne vanno fieri.

Dal canto loro, i negozianti difendono l’innocenza dei prodotti sostenendo di non conoscere, come la maggior parte dei clienti, il significato di quelle parole straniere. In realtà molti genitori lasciano correre, pur di vedere il proprio bambino contento di vestirsi alla moda. Altri, visto l’accanimento generale per l’insegnamento dell’inglese, considerano le magliette parolaccia addirittura un’occasione di studio. Ma se è vero che qualche genitore non si interroga sul senso delle scritte, la scusa non vale per i ragazzi, che si divertono a cercare la parolaccia più all’avanguardia. E su questo terreno fertile gli stilisti cinesi si scatenano con una serie di sperimentazioni, spesso bizzarre, ma che danno una chiara immagine della potenzialità creativa del mercato della moda di Shanghai.

Marzia De Giuli