Singapore e Cina, firmato nuovo trattato di libero commercio. Si riafferma la politica bilaterale

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28 Ottobre 2008

PECHINO: Ci sono voluti due anni ma alla fine l’accordo bilaterale fra Cina e Singapore ha visto la serena conclusione prospettata da entrambe le parti. Con un volume d’affari annuale pari a 47,15 mld di dollari nel 2007, Singapore è riconosciuto come l’ottavo partner commerciale dalla Repubblica Popolare e il settimo investitore. Una posizione non indifferente se confrontato con il volume d’affari di altri interlocutori di grande spessore sui mercati internazionali quali USA e Giappone, con un bacino di consumi nettamente più vasto, per ovvie ragioni strutturali, rispetto alla realtà di Singapore.

Il trattato legittimerà e tutelerà il libero commercio di beni, di servizi, il movimento di persone e incentiverà quello di capitali, alleggerendo disposizioni doganali e barriere tecniche al commercio. Incluse nel pacchetto l’adesione a misure di tutela sanitaria e di cooperazione economica.

Una politica, quella bilaterale, che si rivela ancora una volta come apri-via fondamentale per la presa di accentramento di Singapore nell’asse commerciale dell’est asiatico. Ricordiamo infatti che dal 2006, anno in cui Singapore iniziò ad intraprendere la politica dell’allineamento bilaterale sui commerci internazionali, sono stati già conclusi FTA con diversi Paesi, inclusi gli USA, Australia, Giappone, Perù, Corea del Sud, Nuova Zelanda e India, in un dinamismo diplomatico e istituzionale di notevole rilievo e compartecipazione.

La dimensione multilaterale del dialogo fra i Paesi asiatici sembra rallentare dopo lo scossone degli ultimi anni, che aveva visto una ripresa generale dei lavori interni all’ASEAN, tra l’altro incitati dallo stesso Lee Hsien Loong. Il primo ministro di Singapore finì col ritrovarsi a criticare l’interesse dei grandi interlocutori commerciali quali Cina, India, Giappone, Corea del Sud e Australia con cui più volte vennero anteposte necessità di carattere bilaterale alla realizzazione di un dialogo commerciale di respiro multilaterale.

A quanto pare, però proprio a partire dall’autunno 2007, accanto all’enorme investimento di Singapore sul settore della ricerca scientifica, biomedicale e delle energie rinnovabili, sembra sia stata rallentata la politica d’ambasceria sul multilateralismo a riconferma della concreta ed effettività utilità della politica bilaterale tradizionalmente sposata dai paesi dell’eastern asia.

Un mercato così attento agli investimenti, così sensibile al rinnovamento tecnologico e produttivo, convogliato negli ultimi anni in grandi dinamismi di crescita, così come appare il profilo di Singapore, difficilmente avrebbe potuto attendere i ritmi e la macchinosità dei vertici ASEAN.

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Paolo Cacciato

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