Sorprese agrodolci in salsa cinese

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11 Dicembre 2006

PECHINO: La Cina come opportunità, la Cina come minaccia: è questo il dilemma amletico su cui le aziende italiane si scontrano e sulla base del quale impostano le proprie strategie, di sviluppo o di difesa rispettivamente.

I settori a bassa intensità di capitale, cioè quelli tradizionali del Made in Italy, sono stati e continuano a essere i più esposti alla contraffazione, in testa come sempre il tessile e abbigliamento, ma è l’alimentare che di recente desta maggiore attenzione.

E’ di poche settimane fa la denuncia di Coldiretti che liquida il fenomeno come "pirateria agroalimentare che vale 50 miliardi di euro, pari a circa la metà dell’intero fatturato del settore originale" e a rincarare la dose c’è tanto di singolare tavola "imbandita" con le brutte imitazioni di specialità gastronomiche italiane. Parmesao in Brasile, Regianito in Argentina, Reggiano e Parmesano in tutto il Sudamerica o Parmesan dagli Stati Uniti al Canada sino al Giappone. Finora, Australia e America, terre di immigrazione italiana, hanno fatto parte del leone della falsa gastronomia made in Italy, ma è proprio dalla Cina che giungono le sorprese.

L’industria locale del Paese di Mezzo "offre pomodorini di collina, Parmeson, Caciotta (Italian cheese) e addirittura – continua la Coldiretti – Pecorino (Italian cheese), ma con raffigurata sulla confezione una mucca al posto della pecora". Ma anche i prodotti dolciari sono imitati, i Ferrero Rocher per esempio. L’ azienda dolciaria italiana Ferrero che opera in Cina dal 1984 tramite Ferrero Asia limited ha ottenuto un’importante vittoria contro la contraffazione di uno dei propri prodotti di punta in Italia come all’estero, i Ferrero Rocher. E’ notizia di quest’anno che l’ Alta Corte di Tianjin ha infatti ingiunto alla cinese Montresor di mettere immediatamente fine alla produzione di cioccolatini con identico packaging a quello usato dall’azienda italiana. La Montresor e’ stata inoltre condannata a pagare alla Ferrero un indennizzo pari a 87mila dollari.

La Ferrero aveva denunciato già in passato la contraffazione di molti dei propri prodotti. L’azienda dolciaria di Alba detiene infatti una posizione importante sul mercato cinese che la espone fortemente al rischio di imitazione con un conseguente danno economico e si vede costretta a investire parecchie migliaia di euro per la difesa dei propri diritti. Da notare che la stessa Ferrero appalta appalta la produzione a una rete di ditte locali in Cina.

Per concludere, il presidente della Coldiretti Paolo Bedoni indica la strada per far fronte a questa situazione: "occorre trovare alleanze anche con i paesi in via di sviluppo dove emerge una crescente sensibilità per la tutela della proprietà intellettuale negli alimenti e nella lotta alle contraffazioni dei prodotti locali". E il caso della Ferrero in Cina ne è la prova.

Angelo Toscano