Lo Special: Oriente a Venezia, commenti e anticipazioni all’apertura del Festival

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Lo Special: Oriente a Venezia, commenti e anticipazioni all’apertura del Festival

29 Agosto 2007

Prende il via questa sera la 64esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, con il consueto corollario di anticipazioni, attesa per le star di Hollywood (quest’anno, un parterre mai così ricco, con Brad Pitt, George Clooney, Scarlett Johansson, Richard Gere, Charlize Theron, Keira Knightley, e poi ancora Tommy Lee Jones e Cate Blanchett) e gli inevitabili scandali, come il recente battage mediatico sulle affermazioni politiche rilasciate dalla diva francese Fanny Ardant.

Fra le vetrine più importanti, a livello internazionale, per il cinema d’autore, la Mostra del Cinema di Venezia si è distinta — soprattutto dal 2004, con la direzione di Marco Muller — per la selezione delle pellicole, spesso considerata faziosa e politicizzata, e per l’attribuzione dei premi, quasi sempre contestata da gran parte della stampa specialistica internazione. Alla direzione Muller bisogna tuttavia riconoscere l’indubbio coraggio, dimostrato in scelte poco convenzionali come il Leone d’Oro alla carriera, lo scorso anno, ad un regista poco conciliante come David Lynch, o come il Leone d’Oro nel 2005 a "Brokeback Mountain" di Ang Lee, snobbato dall’Academy hollywoodiana.

Quest’anno le polemiche sono iniziate qualche mese fa, con l’annuncio del riconoscimento alla carriera per Tim Burton, e si sono accese alla pubblicazione della selezione del Concorso ufficiale, in cui il cinema orientale parte con un vantaggio numerico sulle altre cinematografie tutt’altro che indifferente. Scelta che, nonostante le diatribe, non stupisce: la predilezione della Mostra del Cinema di Venezia per l’Asia è ormai nota e ben consolidata.

Si prenda in considerazione il periodo 1996 — 2006. In queste dieci edizioni, dalla 53esima alla 63esima, ben sei Leoni d’Oro sono andati a film di registi orientali, rispettivamente Takeshi Kitano (Hana-bi, 1997), Zhang Yimou (Not one less, 1999), Jafar Panahi (The Circle, 2000), Mira Nair (Monsoon Wedding, 2001), Ang Lee (Brokeback Mountain, 2005) e Jia Zhangke (Still Life, 2006). Verrebbe facile la tentazione di attribuire questo trend alla personale preferenza artistica di qualche presidente particolarmente zelante, ma in quest’arco di anni, a Venezia si sono avvicendati ben cinque direttori (Gillo Pontecorvo, Felice Laudadio, Alberto Barbera, Moritz de Hadeln e Marco Muller): le ragioni di un simile orientamento vanno pertanto ricercate più in profondità.

Osserviamo i premi attribuiti, nello stesso periodo (1996 — 2006), a Cannes e Berlino: in questi dieci anni, il Festival del Cinema di Cannes assegna una sola Palma d’Oro ad un film asiatico (Unagi, di Shohei Imamura, Giappone 1997), sette Palme d’Oro a film europei e due a pellicole statunitensi; a Berlino, similmente, soltanto due Orsi d’Oro a registi orientali: il primo nel 2002 a Hayao Miyazaki per "Spirited Away" (ex-aequo con Bloody Sunday di Paul Greengrass, UK) e il secondo nel 2006 a Wang Qanan per "Il matrimonio di Tuya".

La discrepanza fra i tre orientamenti, anche da questi semplici dati statistici, è evidente e, come si diceva, ha ragioni profonde, pertinenti soprattutto all’identità che i tre eventi hanno assunto nel tempo. Al di là dei nazionalismi, ad esempio, Cannes ha delineato nel corso delle edizioni — non diversamente da quanto fatto, in campo teorico, dai Cahiers du Cinema — una rosa autoriale rispondente a precisi canoni estetici, tant’è che i nomi della selezione ufficiale tendono a ripetersi negli anni: Mike Leigh; i fratelli Coen; i due David ribelli del cinema americano, Lynch e Cronenberg; Lars von Trier; i fratelli Dardenne.

Se la scuola francese, dagli anni ’60, prosegue coraggiosa nel premiare la politique des auteurs, Berlino sembra avere una predilezione per gli autori che non si considerano "Autori" ma artigiani dell’arte cinematografica, come Greengrass, Winterbottom e Malick. Non a caso, infatti, al Festival di Cannes si accompagna spesso l’idea di snobismo intellettuale e ricercatezza estetica cui Berlino preferisce l’impegno sociale e culturale.

E, infine, Venezia. La Serenessima, fin dal Medioevo, grazie ai contatti mercantili con Bisanzio prima e Costantinopoli poi, e indi con l’Estremo Oriente, è sempre stata la città più esotica d’Italia, vera e propria porta verso l’Est. Senza lanciarsi in paragoni (a)storici e capziosi, la predilezione dimostrata per il cinema orientale dalla Mostra di Venezia si può avvicinare alla storica proiezione della città lagunare verso l’Asia, alla sua peculiare — e unica, in Italia — affinità con l’Oriente. Dalla nascita della manifestazione — con il Leone d’oro nel 1951 a "Rashomon" di Kurosawa — questa tendenza si è andata consolidando negli anni, con nomi importanti come Zhang Yimou, Hsiao Hsien, Hiroshi Inagaki, Tsai Ming-liang e Miyazaki (che proprio a Venezia a ricevuto il riconoscimento onorario alla carriera nel 2005). Ovviamente esistono anche ragioni commerciali, poiché il nostro mercato cinematografico si è dimostrato particolarmente ricettivo per le pellicole orientali, molto più che il mercato francese che preferisce le produzioni europee; parimenti, anche la nostra critica è da sempre favorevole al cinema asiatico: a titolo d’esempio, si citi solamente l’accoglienza calorosa riservata alla trilogia wuxia di Zhang Yimou, stroncata pesantemente oltralpe dai Cahiers du Cinema e Prémiere.

Ora non rimane che attendere per sapere se anche questa 64esima edizione confermerà il trend delle precedenti, cosa assai probabile — come mormora la stampa specialistica — visti soprattutto gli elevati standard artistici di pellicole come "Lust, caution" di Ang Lee e "Help me Eros" di Lee Kang Sheng. Senza dimenticare che il film del fuoriclasse Takashi Miike, "Sukiyaki Western Django", vanta la presenza attoriale di Quentin Tarantino e potrebbe rivelarsi una sorpresa in grado di sbaragliare anche gli avversari più blasonati. E soprattutto che, quest’anno, il presidente della Giuria è quel Zhang Yimou che proprio a Venezia ha trovato la sua consacrazione internazionale

Andrea Morstabilini