Lo speciale: Scandalo Mattel fra accanimento mediatico e complicazioni economiche

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16 Agosto 2007

PECHINO: Il disagio Mattel apre le porta alla confusione sociale, al coinvolgimento diplomatico e al rischio economico per il settore di riferimento. La notizia di questo ferragosto sull’inoltro da parte della Lee Der cinese, colosso di Hong Kong nell’industria dei giocattoli, di una partita di milioni di pezzi sotto il marchio Mattel e Fisher Price, considerati dalle unità di sicurezza internazionale "a rischio" per la salute dei bambini, non fa altro che riempire le pagine di tutti i quotidiani e rimbalzare da un tg all’altro, spesso senza riferimento alla minima evoluzione sul caso. Del resto le imprecisioni sulle informazioni fornite si sprecano: confusioni geografiche, nomi riportati in modo errato, numeri che passano dal migliaio di pezzi alle centinaia di migliaia. Ma del resto ciò che importa è la spessore mediatico dell’evento: "il secolo cinese e i suoi mali" sembra quasi di leggere sulla stampa internazionale in editoriali semi apocalittici.

Lo sanno bene le autorità cinesi che temono l’accanimento mediatico per quanto accaduto e una perdita di fiducia nell’acquirenza internazionale della produzione "Made in China".

Sfogliando i principali siti d’agenzie stampa cinesi, fra cui Xinhua, ci si accorge subito della delicata aurea che circonda l’argomento: nessuna informazione sulle pagine in inglese. Il parere del governo, le interviste ai dipendenti della Lee Der messa sotto accusa, le indagini sul misterioso suicidio del dirigente dell’azienda i giorni scorsi sono menzionati nelle pagine in lingua cinese. Uno scoglio in più, per chi costruisce la notizia navigando semplicemente sul web, guardando i tg o mettendo assieme articoli già usciti a destra e sinistra. Una facile opportunità invece per confermare il non detto, per rendere complesso anche ciò che è più trasparente.

Quali le novità sul caso? In primo luogo la dichiarazione di Pechino d’essere a conoscenza della produzione "non buona" (bu hao de chanping) e di aver già messo in atto negli ultimi anni una serie di rigide disposizioni perché tali irregolarità sugli standard di sicurezza non venissero a compromettere l’immagine dell’alta produttività del Paese.

Secondo il China Daily dall’editoriale di Gao Ying, il governo cinese avrebbe di fatto messo sotto accusa il regime produttivo dell’azienda coinvolta nello scandalo già nei giorni scorsi, dopo che la Mattel l’8 agosto per motivi di sicurezza si sarebbe rifiutata di accettare una partita di 967.000 prodotti sotto il marchio Fisher Price. Ma nello stesso tempo Pechino si sarebbe affrettato a garantire l’eccezionalità del caso in un’industria forte nel settore e da anni specializzata nel rifornimento di prodotti tutti i maggiori marchi di giocattoli al mondo, senza essere mai incappata in disagi di tal portata.

I giornali cinesi sottolineano poi il giro d’affari che Mattel ha messo a segno negli ultimi anni grazie alla velocità di produzione e alla manodopera vantaggiosa degli stabilimenti cinesi: il regime di vendite del celebre marchio americano dipende da oltre 3000 stabilimenti sparsi nel sud della Repubblica Popolare e vede nella partnership con la Cina una risorsa vitale del proprio business.

Intanto centinaia di pacchi colorati contenenti i prodotti Mattel si accumulano davanti alle porte del deposito dello stabilimento Lee Der nel Foshan. Xinhua parla di una perdita di oltre 30 milioni di dollari per la merce fermata e l’impossibilità per Zhang Shuhong, dirigente dell’azienda, di portare avanti l’attività dello stabilimento e da qui il gesto estremo. Un dipendente intervistato dal China Daily e chiamato semplicemente Liu spiega come gli operai non sapessero davvero nulla dello scandalo sulle verniciature e della pericolosità dei prodotti. Tutto sarebbe stato appreso con rammarico dai giornali. Egli giustifica il proprio ex dirigente spiegando che l’attività di verniciatura dei prodotti era stata commissionata ad un certo Liang, tra l’altro da giorni irrintracciabile.

I dipendenti circa 5000 e tutti immigrati provenienti dalle campagne e dalle province più povere si dicono dispiaciuti sia per la Mattel che per l’immagine della loro produzione "Noi abbiamo sempre lavorato sodo e con passione" spiega Liu "in questa faccenda non centriamo e ci spiace venir giudicati male per il nostro lavoro. Anche il capo lavorava molto e credeva nel nostro operato".

Ma questo non importa nessuno. Delle scuse informali di un semplice lavoratore che si trova da domani senza un’occupazione sembra interessare meno al rimbalzo mediatico sulla questione.

Pechino rincara la dose chiedendo stamani di poter inviare una delegazione ufficiale negli Stati Uniti per discutere della questione, rassicurare sui regimi di sicurezza e condannare l’accanimento mediatico di questi ultimi giorni: a rischio non solo la stabilità economica del Paese, ma la salute commerciale di intere multinazionali straniere, americane ed europee comprese, che devono il loro giro d’affari alla partnership produttiva cinese.

La prova della complicazione della cooperazione commerciale a cui i due Paesi stanno già andando incontro? Mattel ha da ieri bloccato l’importazione di ben oltre 18 milioni di giocattoli da migliaia di stabilimenti cinesi, che probabilmente oggi non apriranno nemmeno. Pechino risponde immediatamente tagliando le importazioni dagli USA della carne di maiale. Una sorta d’ embargo giustificato per l’utilizzo da parte dei produttori americani di una sorta di ormone bandito dalla normativa cinese. Secca la risposta dell’ambasciatore cinese a Washington Zhao Baoqing alle accuse del senatore democratico Dick Durbin sulla noncuranza cinese al tema della sicurezza: "Tutto ciò non è dovuto per incapacità gestionale e di controllo interna, ma per pressapochismo sul rapporto commerciale fra Mattel e Lee Der semmai.".

La delegazione cinese dovrebbe discutere già a fine mese e per tutta la prima parte di Settembre sul polverone sorto in merito allo scandalo dei cibi avariati e delle sostanze tossiche rinvenute su alcuni prodotti. Ma da quanto si legge sui giornali cinesi la posizione del Partito è chiara: non facciamo di un problema particolare ed esterno alla dinamica di controllo statale un’arma per incidere sulla diplomazia o, peggio ancora, uno strumento atto a condizionare la campagna delle elezioni presidenziali in America.

Paolo Cacciato