Lo spettro della deflazione si riaffaccia in Giappone

7 Maggio 2007

TOKYO: La deflazione, che ha tormentato il Giappone negli anni novanta e che nel 2001 sembrava essere stata curata, pare stia facendo ritorno nel paese del Sol Levante. A lanciare l’allarme sono i dati sui prezzi dei beni di consumo che a Marzo sono calati dello 0.3% rispetto all’anno precedente, diminuendo per il secondo mese di seguito. Riforme finanziarie sembrano d’obbligo per il giovane governo Abe, in risposta alle critiche ricevute per lo scarso interesse dimostrato a riguardo delle questioni economiche, e per risollevare il drammatico calo di consensi del proprio partito.

La deflazione è data dall’abbassamento del livello generale dei prezzi, siano essi i prezzi di beni di consumo, dei servizi, che degli stipendi. Nella specifica situazione nipponica, sono state additate quali cause della deflazione l’abbassamento della domanda e il crollo dei prezzi dovuto allo scoppio della bolla speculativa degli anni ’80, che a sua volta ha avuto come conseguenza l’emergere di compagnie e banche insolventi (le prime non potevano ripagare i debiti, le seconde non ricevevano i pagamenti dei prestiti fatti).

Pertanto, durante periodi di deflazione, sebbene i consumatori possano comprare di più con la stessa quantità di denaro, essi hanno meno accesso al denaro stesso (in termini di guadagni realizzati dalle vendite dei loro prodotti, ma anche di stipendi e tassi di interesse). Le imprese rallentano gli investimenti, dato che i rischi connessi agli investimenti sono più alti che limitarsi a aspettare che il denaro acquisisca valore grazie alla deflazione. Tra i consumatori si diffonde sfiducia nelle banche, che dovendo abbassare i tassi di interesse sono percepite come vulnerabili al crollo, e questi, piuttosto che depositare i propri risparmi in banca, preferiscono investirli in buoni del tesoro. Il risultato del circolo vizioso che si viene a creare è una depressione generale dell’economia.

Nonostante i proclami benauguranti del settimanale The Economist in febbraio, l’economia giapponese, per quanto lontano dalla spirale deflattiva, è ancora in balia dell’abbassamento dei prezzi. Tuttavia, secondo l’economista Huw McKay la deflazione che si sta registrando in questi mesi è dovuta a un aumento della competitività e della produzione non accompagnata da un aumento degli stipendi. Per questo motivo non va vista in una luce negativa, al contrario della deflazione degli anni novanta, che era invece causata dalla mancanza di domanda. Inoltre, un’altra delle cause per la deflazione attuale è l’apertura del paese al mercato globale. Con l’invasione delle merci a basso costo provenienti dalla Cina e dal sud-est Asiatico, i produttori nipponici devono necessariamente abbassare i propri prezzi per restare competitivi.

Per l’economia globale un’aggravarsi della deflazione in Giappone significa anzitutto meno stabilità sui mercati asiatici. Una seconda conseguenza è il rafforzamento del "carry trade", che consiste nel prendere in prestito denaro in Giappone a tasso zero (o in Svizzera all’1%) per rinvestirlo in mercati che paghino tassi d’interesse maggiori (principalmente gli Stati Uniti e l’Argentina). Con uno yen debole e lo spettro della deflazione ad aleggiare sul mercato nipponico, sembra improbabile che il "carry trade" venga abbandonato, anche se si dovesse assistere ad un aumento dei tassi di interesse.

Detto questo, è necessario che il governo prenda dei provvedimenti per controllare e prevenire un’ulteriore crisi deflativa. L’abbassamento dei prezzi, con le conseguenze che ciò comporta, rischia di aggravarsi, fintanto che i consumatori non avranno fiducia nel tasso di crescita economica del paese, e continueranno così a risparmiare piuttosto che a spendere.

Ameriga Giannone