Lo ‘sporco’ segreto dell’economia cinese

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19 Giugno 2006

PECHINO: I Giochi Olimpici del 2008 sono attesi come quel momento storico che segnerà l’arrivo della Cina quale potenza economica.

La storia dello sviluppo della Cina è notevole.

Ma così come cresce la sua economia, crescono anche il numero di disastri ecologici: alto tasso di smog, piogge acide, fiumi inquinati e deforestazione.

I problemi ambientali giocano un ruolo determinante nella morte di circa 300 mila cinesi ogni anno, riferiscono le stime della Banca Mondiale. Le statistiche sulla crescita cinese – il Colosso asiatico ha segnato un aumento del 10% nel primo quadrimestre dell’anno — mascherano i giganteschi costi economici di questa crisi ambientale.

Il 5 giugno, l’Amministrazione Statale per a Protezione Ambientale (SEPA) ha pubblicato uno studio secondo cui l’inquinamento costerebbe al Paese circa 200 miliardi di dollari l’anno, il 10% del GDP, in termini di minore produttività lavorativa, problemi sanitari e spese del Governo.

La Cina, ovviamente, non è la prima economia in via di sviluppo ad essere alle prese con compromessi tra ricchezza e danni ambientali. Basti pensare al Giappone degli anni ’60, ciò che li distingue è solo il maggiore impatto del Colosso asiatico sull’ambiente globale.

L’economia cinese è solo 1/5 di quella americana, ma è già la seconda maggiore produttrice di diossido di carbone al mondo, seconda solo all’America.

Le emissioni della Cina sono aumentate del 33% nei 10 anni scorsi, secondo i dati rilasciati dalla Banca Mondiale. Nuvole tossiche si stanno diffondendo gradualmente dalla Cina verso l’Asia Orientale, fino addirittura alla costa occidentale dell’America.

Non si può certo negare che il Governo abbia cominciato a prendere seriamente il problema ‘ecologia’, non solo poiché ciò rischia di danneggiare l’immagine internazionale del Paese, ma anche perché potrebbe trasformarsi in una questione politica di ‘portata esplosiva’ nei prossimi 10 anni, qualora non vengano presi provvedimenti ora.

Pan Yue, vice ministro del SEPA, aveva predetto la scorsa estate, nel corso di una conferenza sull’ambiente a Pechino, che "il peso dell’inquinamento della Cina sarebbe quadruplicato entro il 2020". La buona notizia è che ci sono strategie d’intervento che non necessitano di grosse spese da parte del Governo.

Lo scorso novembre, per esempio, la Cina ha infatti autorizzato l’estensione di un programma pilota, definito GreenWatch, lanciato nel 1998, da 22 città fino ad una copertura nazionale entro il 2010.

Il programma mira a mostrare le peggiori fonti inquinanti rendendo pubbliche delle informazioni, un tempo solo confidenziali, sulle emissioni industriali, e classificando le varie fabbriche in base al loro comportamento ambientale.

Questa pressione sarà utile alla Cina, dove ben il 60% delle società violano le leggi sulle emissioni inquinanti. Delle strategie simili sono state lanciate a metà degli anni ’90 dalle Filippine e dall’Indonesia, riportando dei successi nel rispetto delle leggi, rispettivamente del 50 e 24%, sostiene la Banca Mondiale.

La rilocalizzaizione delle industrie pesanti fuori dai centri abitati è un’altra opzione, Agli inizi del 2005, il Governo ha ordinato allo Shougang Group di Pechino di diminuire le sue operazioni di fusione entro il 2007, trasferendo gradualmente le sue strutture fuori dalla città. Gli impianti di Shougang, alimentati soprattutto a carbone, emettono infatti 18mila tonnellate di polvere e contaminanti l’anno.

Se la Cina non può fare molto riguardo la sua fame energetica, potrebbe molto invece per quanto concerne l’uso di fonti più pulite e più efficaci.

Pechino, da parte sua, ha elaborato un piano per un maggiore sfruttamento del gas naturale, dal 3% al 10% entro il 2020. Le industrie alimentate a gas lavorano efficientemente quanto le turbine alimentate a carbone, il quale attualmente ammonta ai 2/3 del carburante cinese. Il progetto richiede anche la costruzione di 30 nuovi reattori nucleari.

Detto questo, c’è ancora chi, all’interno del Governo cinese, crede che il Paese debba prima arricchirsi e solo dopo pensare alla questione ambientale. I più scettici si chiedono inoltre se Pechino una volta concluse le Olimpiadi finirà per perdere interesse nella questione ecologica.

Ylenia Rosati

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