Strada in salita per l’accordo UE India

22 Marzo 2007

NEW DELHI: Il piano di commercio bilaterale riguardante i liberi scambi tra Unione Europea e India rischia di diventare un obiettivo attualmente non alla portata delle parti in causa, e mettere nero su bianco ciò che da tempo si cerca di consolidare tramite le strette di mano potrebbe essere più difficile del previsto.

L’organizzazione regionale europea e uno dei giganti asiatici non riescono infatti a trovare un comune accordo su diversi aspetti che costituirebbero, a questo punto, dei veri e propri blocchi alla stipulazione dell’accordo atteso e apparentemente avvicinatosi lo scorso ottobre, quando ad Helsinki, durante un meeting tra i delegati di UE e India, pareva che le intese fossero prossime alla formalizzazione.

Ad essere particolarmente spinosa è la questione che ruota attorno al rispetto dei diritti umani e alla produzione delle armi di distruzione di massa. L’Unione Europea vincola i propri patti con il resto del mondo a una decisione del 1995 (nella quale venne stabilito che qualsiasi patto politico o commerciale dovesse contenere un esplicito rimando ai concetti di democrazia e tutela dei diritti umani), mentre l’India non gradirebbe interferenze sociali all’interno di accordi meramente commerciali, avendo, il subcontinente, argomentato la propria posizione con un’intesa del 1994.

Anche all’interno dell’UE non mancano le opinioni contrastanti. Emerge da più parti la volontà di superare questi impedimenti formali, proponendo un’eccezione per quello che potrebbe diventare uno dei partner commerciali più importanti del globo. Tuttavia, anche se conferme dell’omissione di tali clausole arrivano direttamente da autorevoli fonti di Bruxelles, non tutti i membri UE sarebbero d’accordo, e c’è chi sostiene che la mancata applicazione di queste condizioni un tempo inderogabili potrebbe creare un precedente pericoloso.

Le difficoltà non sarebbero inoltre finite qui: oltre alla discussione sull’inserimento o meno delle clausole sui diritti umani e sulle armi di distruzione di massa, a preoccupare il governo indiano è il movimento di protesta che si è innalzato contro il libero commercio bilaterale con l’UE, un moto di insoddisfazione che vede tra i suoi esponenti anche prestigiosi esperti secondo cui un piano di libero commercio applicato in questa delicata fase potrebbe creare più danni che opportunità al Paese asiatico, limitandone il controllo sulla propria economia e riducendone le potenzialità.

Su questa linea non hanno certamente avuto effetto calmierante alcune dichiarazioni dei delegati politici europei in visita in India, che si sono espressi in maniera chiara sulla necessità di ridurre le alte tariffe e i dazi sui prodotti agro-alimentari esportati dall’Unione Europea, con particolare attenzione al settore delle bevande. A tali dichiarazioni si è immediatamente sollevata una serie di interrogativi e di preoccupazioni: l’agricoltura è infatti il settore più importante dell’economia indiana (sebbene la crescita del terziario sia notevole, almeno nelle zone urbane), e stando ad alcune previsioni condotte all’interno dei confini nazionali in questo momento di crescita economica l’apertura al libero commercio potrebbe danneggiare i prodotti locali, mettendo potenzialmente in ginocchio un settore che coinvolge in maniera più o meno diretta quasi seicento milioni di persone.

Nonostante tutto la parte indiana si dice comunque ottimista: il Ministro del commercio Kamal Nath aveva predetto appena qualche mese fa che l’accordo con l’Unione Europea non sarebbe stato un problema, definendolo come uno dei più facili da concludere nell’ambito di una serie di accordi internazionali che l’India spera di stilare nei prossimi mesi.

L’Unione Europea dal proprio canto considera come prioritario l’accrescimento del proprio peso nel subcontinente: attualmente il valore complessivo del commercio estero indiano è influenzato per il 20% dai traffici effettuati con l’UE, mentre solamente l’1,8% delle esportazioni europee ha come paese di destinazione il colosso asiatico. Una discrepanza che potrebbe essere possibile ridurre grazie all’abbattimento delle barriere doganali e ad una formalizzazione delle procedure che possa rendere più agevole il commercio europeo in India.

All’interno di questo delicato contesto l’Italia cerca di sfruttare i presupposti creati negli scorsi mesi da alcuni rimarchevoli contatti istituzionali, tra cui la visita della delegazione nostrana guidata dal Presidente del Consiglio Romano Prodi, a distanza di due anni da quella capeggiata dall’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. In questo periodo sono stati diversi i tentativi imprenditoriali italiani in India, sebbene quantitativamente meno numerosi di quelli auspicati da Confindustria e ritenuti necessari dagli analisti, viste le caratteristiche e le potenzialità delle due parti. Un cenno di critica è d’altronde arrivato anche dallo stesso Prodi, che ha dichiarato come l’Italia "sia arrivata questo appuntamento impreparata".

E così ci si augura, nel mondo imprenditoriale, che la visita del 10/15 Febbraio non si sia tramutata in un mero scambio di speranze e complimenti, quanto nel costituire un altro passo verso lo sviluppo congiunto dei relativi business, affinché — citando le parole del presidente del Consiglio — "l’Itala possa diventare la porta dell’Europa verso l’Asia".

Roberto Rais