Tappa in Cambogia: per non dimenticare la tragedia dei Khmer Rossi

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Tappa in Cambogia: per non dimenticare la tragedia dei Khmer Rossi

7 Settembre 2007

PHNOM PENH: Dal 1975 al 1979 la Cambogia fu governata da uno dei regimi comunisti più spietati che l’umanità abbia conosciuto, quello del Primo Ministro Saloth Sar, passato successivamente alla storia col nome di Pol Pot, e dei suoi guerriglieri, i cosiddetti khmer rossi. Durante quegli anni la vita delle gente comune fu stravolta per essere posta sotto il controllo del partito comunista, centinaia di migliaia di persone furono ridotte in schiavitù e altrettante persero la vita. Il numero totale di coloro che morirono per mano dei khmer rossi è incerto, tuttavia si calcola che questo graviti tra il milione e mezzo e i tre milioni di persone (circa un terzo della popolazione del paese dell’epoca).

A distanza di trent’anni, sono ancora ben visibili tra la gente della Cambogia le cicatrici dei quattro anni del regime della Kampuchea Democratica. Basta fare un giro per Phnom Penh per rendersi conto che il numero delle persone mutilate è elevatissimo, con mendicanti invalidi ad ogni angolo di strada. Chiunque potrà raccontarvi di aver perso almeno un parente durante quegli anni di dittatura, e sono ancora oggi migliaia le persone di cui non si hanno più notizie.

Il turista che si reca in Cambogia deve pertanto tenere in mente che appena qualche decennio fa un regime brutale ha tentato di fare tabula rasa di questo paese, cercando di distruggerne la vita quotidiana, la cultura, la religione e la società. Oggi, nonostante i cambogiani stiano ricostruendo lentamente il loro paese, che nondimeno rimane ancora uno dei più poveri del continente, le tracce di quei feroci 4 anni di comunismo sono evidenti ovunque. E sono ancora più evidenti in quello che non c’è più: le centinaia di migliaia di persone che hanno perso la vita, i monumenti buddisti che sono stati distrutti, e persino la cucina regionale o le feste popolari, di cui si è persa memoria perché proibite durante il regime. Il fatto che alcuni dei luoghi teatro degli stermini dei khmer rossi siano oggi adibiti a musei o a memoriali (a pagamento) non ha mancato di destare critiche. Ad irritare maggiormente non è la messa in scena del genocidio, dato che questi luoghi devono piuttosto continuare a testimoniare le atrocità di quegli anni, ma il fatto che in alcuni di questi siti persino i Cambogiani debbano pagare o che, nei negozietti per turisti inevitabilmente sorti nelle vicinanze, vengano vendute magliette con su scritto "Danger! Mines! Cambodia" sotto all’immagine di un teschio. Questa pare piuttosto un’insensibile speculazione economica alle spese di una tragedia umana.

Pochi giorni dopo aver preso il potere, il 17 aprile del 1975, Pol Pot riunì i suoi uomini in un’assemblea delineando i punti principali della politica che il partito avrebbe tenuto per gli anni a venire. Tra questi vi era anzitutto l’evacuazione dei centri urbani, dato che la gente di città era considerata pigra, improduttiva, sfruttatrice e moralmente corrotta. Nel giro di tre giorni i khmer rossi riuscirono a svuotare tutte le città, sostenendo attraverso altoparlanti e megafoni che un bombardamento americano fosse imminente. Le case vennero saccheggiate e demolite, le macchine confiscate e i libri considerati imperialisti furono dati alle fiamme. Le banconote di grosso taglio vennero proibite e i prezzi abbassati. La popolazione di Phnom Penh, che all’epoca era di circa 2 milioni di abitanti, subì una dislocazione forzata di massa, mentre circa 10,600 persone morivano, di stenti o perché uccisi, durante l’esodo verso le campagne. Appena un mese dopo la presa del potere furono aboliti tutti i mercati e la moneta, e furono stabilite delle cooperative agricole nelle quali ciascuno avrebbe dovuto lavorare in uno stato di sostanziale schiavitù. In un paese in cui gli individui erano notevolmente legati alla famiglia d’origine, così come accade in molte società tradizionali, i nuclei familiari venivano smembrati, con visite coniugali possibili solo una volta al mese durante il periodo fertile della moglie, i cognomi vennero aboliti, furono imposti matrimoni forzati e in comune (durante i quali venivano sposate più di 20 coppie alla volta) e i bambini costretti a vivere nei dormitori già all’ età di sei anni.

Pol Pot decise anche di sbarazzarsi di tutte le minoranze etniche presenti nel paese, causando la morte del 50% dei cinesi, del 40% dei tailandesi e laotiani, e del 100% dei 20 mila vietnamiti che si trovavano in Cambogia. Contemporaneamente venivano aboliti Buddismo e Islam, con la conseguente distruzione quasi totale di tutti i templi del paese (ancora oggi sopravvivo in tutta la Cambogia pochissimi siti religiosi di epoca anteriore al regime comunista). Circa 3.000 pagode vennero distrutte o utilizzate come granai, prigioni e luoghi per le esecuzioni. Molti monaci furono uccisi, altri ridotti in schiavitù e molti ancora furono costretti a sposarsi. I testi sacri furono dati alle fiamme, i festival religiosi proibiti e persino il balletto khmer tradizionale, che esisteva da almeno mille anni, fu messo al bando.

Il partito chiuse anche tutte le scuole, lasciando aperta soltanto la scuola superiore di Tuol Sleng, tristemente passata alla storia per essere stata il centro di tortura dei khmer rossi. Oggi è possibile visitare la scuola, che è stata adibita a museo, per rendersi conto con i propri occhi delle atrocità di cui il Regime della Kampuchea Democratica si sia macchiato. Denominato "Ufficio di Sicurezza 21"(S-21), la scuola fu trasformata dai khmer rossi in una vera e propria prigione: le classi furono trasformate in celle, le finestre furono sbarrate e il perimetro della scuola fu circondato da filo spinato. Si stima che, durante il regime di Pol Pot, furono rinchiuse e torturate in questa prigione almeno 14.000 persone, con i prigionieri provenienti dalla Cambogia, dagli Stati Uniti e da diverse altre nazioni asiatiche e europee. Tra tutti, soltanto in sette riuscirono a sopravvivere. Le condizioni di detenzione erano infatti quanto mai disumane: se pure i detenuti sopravvivevano alle torture a cui venivano sottoposti, le stato igenico-sanitario delle celle era tale che patologie infettive si diffondevano con estrema rapidità. La durata media della detenzione quindi non superava quasi mai i 4 mesi.

Al loro ingresso a Tuol Sleng i prigionieri venivano schedati tramite fotografie, alcune delle quali sono oggi esposte in alcune stanze del museo. Altre foto mostrano le stanze così come furono trovate dai vietnamiti, con i corpi mutilati che giacciono sulle brande, mentre in altre camere ancora sono conservati gli strumenti di tortura utilizzati dai khmer rossi per estorcere improbabili confessioni. Fino al 2002 il museo ospitava la macabra "Mappa dei Teschi", una mappa della Cambogia disegnata con oltre 300 teschi ed ossa, alcuni dei quali adesso si trovano esposti nel mensole del museo.

A 15 km da Phnom Penh si trovano i cosiddetti "Killing Fields", i campi della morte di Choeung Ek, utilizzati come fosse comuni dai khmer rossi. Qui venivano giustiziati e seppelliti molti dei prigionieri di Tuol Sleng, alcuni dei quali erano persino costretti, prima dell’esecuzione, a scavarsi la propria fossa. In questa zona ci sono intorno a 130 fosse comuni, di cui 90 sono state aperte portando alla luce i corpi di circa 9.000 persone, la maggior parte delle quali fu uccisa a sprangate per evitare lo spreco di pallottole. Oggi a Choeung Ek si trova un monumento alla memoria, eretto nel 1988 e costituito da una stupa buddista contenente circa 8.000 teschi esumati delle fosse comuni.

Infine, per chi fosse interessato alla tragedia dei khmer rossi, può essere interessante una visita alla cittadina di Phnom Udong, a 40 chilometri da Phnom Penh. Questa città fu la capitale della Cambogia tra il 1618 e il 1866, prima di essere bombardata dagli americani e successivamente messa a ferro e fuoco dai khmer rossi. La città quindi conserva poco dell’antico splendore e non è un maggiore centro turistico, ma rappresenta una piacevole fuga di un giorno da Phnom Penh. Sulla collina che sovrasta la città troverete, oltre a diversi stupa, anche un padiglione con dei murali che mostrano le atrocità commesse da khmer rossi. Alla base della collina si trova invece un memoriale alle vittime del regime comunista, che contiene le ossa di circa 10 corpi ritrovati in alcune fosse comuni. Per recarvi a Phnom Udong potete prendere l’autobus vicino al New Market di Phnom Penh, oppure affittare una macchina o un motorino.

Ameriga Giannone

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