“Tempietti di vetro? Non ne faccio”

1 Marzo 2007

SHANGHAI: L’architetto Renato Russi vive a lavora a Shanghai. L’idea di esplorare la Cina è nata nel 2000, grazie ad un amico cinese del suo professore Aldo Rossi. Dopo aver "fatto il pendolare" tra Pechino e Venezia per tre anni, si è stabilito a Shanghai; ha vinto importanti concorsi di edilizia a Pechino e nel Sud della Cina, che gli hanno consentito di realizzare i primi progetti.

"Tempietti di vetro? Ne ho visti pochi", così ha commentato l’intervista rilasciata dall’architetto Francesco Gatti (ndr, vedi Corriere Asia https://www.corriereasia.com/wp-content/uploads/_var/rubriche/DUOIPYB-MBWOPPP-BKIS.shtml).

CA: Condivide l’opinione che gli architetti italiani in Cina sono solo affaristi?

RR: Devono esserlo loro malgrado, se non vogliono essere "divorati" dalla Cina. Il 99,9% degli architetti cinesi sono businessmen, e se noi italiani non impariamo a difenderci, il mercato cinese ci schiaccerà. Solo a Shanghai ci sono quattromila developer, la metà dei quali sono attivi e una decina professionalmente validi. Quando sono arrivato in Cina per la prima volta, ho commesso una serie di errori per ingenuità e disattenzione, affidandomi alle persone sbagliate in un mondo che non conoscevo; mi sono fatto abbagliare dal "miraggio" cinese. Per esempio, una società di Dalian mi ha commissionato un progetto, per poi affidarlo a un altro studio locale, una volta ottenuto il concept. In Cina non esiste il senso etico del mestiere di architetto, per questo è necessario organizzarsi.

CA: "Organizzarsi" significa scendere a compromessi?

RR: Le condizioni che i cinesi pongono agli architetti stranieri sono sempre tre: moderno, fresco ed economico. La mia risposta? "Non sono mai stato antico, non vendo verdure e non so quanti soldi avete". E’ chiaro che alcuni compromessi sono inevitabili, del resto ovunque, come nel caso di un grattacielo che sto costruendo ad Hangzhou, per il quale ho proposto un cilindro di quattro metri di diametro e dodici di altezza come omaggio al Maestro Aldo Rossi. Inizialmente progettato in marmo, è stato riproposto in cemento bianco e verrà infine realizzato in pannelli d’alluminio color bianco. Ma i cinesi non mi hanno mai chiesto di costruire "tempietti di vetro", perché sanno che la risposta sarebbe un categorico "bu hao" (non va bene). La formazione datami dall’Università di Venezia, che ho avuto la fortuna di frequentare negli anni ottanta con professori del calibro di Aldo Rossi, Mauro Lena, Gino Valle, Gianugo Polesello e altri stranieri, è una garanzia universale di qualità. I cinesi non applicano l’etica all’architettura, ma la sanno riconoscere.

CA: Come educarli al gusto?

RR: Con pazienza e metodo. Dell’architettura italiana, i cinesi conoscono solo la Torre di Pisa e il Colosseo, ma sono affascinati dal nostro "stile creativo". Dobbiamo imparare a utilizzare questo prezioso strumento per veicolarli verso le nuove tendenze architettoniche. Un esempio: qualche tempo fa un amico mi ha presentato a un developer; oltre a mostrare, come di prassi, i disegni seduto a un tavolo, ad un certo punto mi sono alzato e ho invitato i presenti a considerare l’eleganza, la giusta proporzione e la combinazione dei colori del mio abbigliamento. "Da questo dovreste capire che sono un bravo architetto", ho concluso, suscitando prima lo stupore e poi l’ammirazione del boss, che ora è il mio più grande "mecenate".

CA: Ci dia un Suo giudizio sulle opere architettoniche realizzate finora dagli italiani.

RR: Due lavori eseguiti a Shanghai sono di grande interesse: il quartiere Pujiang, dell’architetto Vittorio Gregotti, e la ristrutturazione del Bund 18 realizzata dall’architetto Filippo Gabbiani. Conosco altri bravi architetti che non hanno avuto finora occasione di sviluppare la propria creatività. Ci sarebbe bisogno di una visibilità maggiore, anche con l’aiuto delle istituzioni italiane presenti in Cina, ma tutto questo dipende da altri… Ora abbiamo il nuovo ambasciatore e sono fiducioso che qualcosa di diverso si riuscirà a fare.

CA: Lei, quale libero professionista con propria società registrata, quali consigli darebbe ad altri che sono tentati dalla "febbre cinese"?

RR: In Italia sono un libero professionista. Dopo aver tentato in passato diverse esperienze di collaborazione con partner locali, fra le quali anche una joint venture, ho deciso di lavorare indipendentemente ma alla luce registrando la mia società straniera qui in Cina a Shanghai; oggi possiedo tre studi tra Pordenone, Hong Kong e Shanghai. Essere presenti sul campo fa accrescere la fiducia dei costruttori cinesi, che amano mantenere un dialogo costante. Visionare continuamente il lavoro è altrettanto importante, perché i cinesi sono ancora indietro su molti aspetti tecnici: basti pensare che sono in grado di costruire in soli dodici mesi grattacieli di venticinque piani, ma che dopo cinque anni ne dimostrano più di venti. A Shanghai ho formato un team di dodici assistenti, motivati e con voglia di crescere. Fare squadra, cioè organizzare uno studio di architettura come una vera "azienda", è fondamentale, come lavorare allo scoperto e in sintonia con i produttori di materiali da costruzione italiani seri e affidabili.

CA: Ci descrive un progetto che sta realizzando o che Le piacerebbe attuare?

RR: Ho costruito undici buildings a Luizhou, abbastanza buoni dal punto di vista architettonico; è quasi terminata la mia torre di uffici ad Hangzhou, che sarà anche la prima a risparmio energetico costruita in Cina; sono in corso di realizzazione una Marina a Wuxi e un Resort con ville a Guiyang, e sembra che sarò il primo straniero a costruire un KTV (Karaoke), nel City Center di Shanghai. Di sogni, tanti: il mio primo Maestro (A.Rossi) è purtroppo scomparso, ma nel 1984 ho avuto il privilegio di incontrare e collaborare con Mario Botta, un Maestro dalle qualità indiscusse; mi piacerebbe avere l’occasione di un progetto interessante per invitarlo a realizzarlo insieme. Un altro sogno è quello di progettare un intero quartiere, affidando il disegno dei singoli edifici ad amici architetti di fiducia.

Marzia De Giuli