Thailandia, una violenza che affonda le sue radici nell’etnicità

BANGKOK: A poche ore dai rifugi della giungla, giungono masse di turisti diretti verso le spiagge bianche e le acque azzurre del Mare delle Andamane. Ma qui tra le piantagioni di gomma e le palme, c’è paura negli occhi della gente e nelle loro voci tremanti.

Il pestaggio brutale di un insegnate delle elementari lo scorso mese ha rivolto tutta l’attenzione nazionale su Kucing Lepas, inserendola anch’essa nella lista dei villaggi e città che hanno subito attacchi da parte di musulmani in una Thailandia prevalentemente buddhista.

La Thailandia in un certo senso si è abituata alla violenza giornaliera, che ha causato oltre 1.300 morti nei due anni scorsi, un tasso considerevole in un Paese meglio noto per le sue spiagge e i centri di massaggi più che per il terrorismo interno.

Tuttavia, il pestaggio di Jooling Pangamoon ha scioccato l’intero Paese, sia per la brutalità sia perché dei testimoni hanno rivelato che il gruppo era guidato da donne.

L’incidente ha confermato una tendenza allarmante: mentre le vittime delle rivolte di tre anni fa erano soprattutto soldati e funzionari di polizia, quelle di oggi includono sempre più civili, ovvero monaci buddhisti, insegnanti e membri del governo. Si stima che tra il 2004 e il 2005 sono stati 3.546 gli incidenti di natura violenta, e 46 i decessi di insegnanti. Gli insegnati sono infatti il simbolo della presenza del Governo nei villaggi, dichiara Thawach Saehum, capo del corpo insegnati locale, secondo cui il pestaggio di Jooeling, una delle poche insegnati buddhiste nell’area, sarebbe stato un atto di vendetta per l’arresto di due rivoltosi ricercati dalla polizia a Kucing Lepas.

Oggi, Jooling giace in un ospedale provinciale, morente, mentre venti donne, alcune madri con figli, sono sotto custodia, accusate di cospirazione nel pestaggio.

La paura è ormai parte della vita sia dei musulmani che dei buddhisti.

Sebbene i rivoltosi sembrino avere i mezzi per diffondere la loro violenza verso le aree turistiche come Phuket e Bangkok, i loro attacchi sono rimasti concentrati su aree circostanziali dove i musulmani malesi sono il gruppo etnico dominante. La Thailandia meridionale sta diventando sempre più un enclave di violenza, dove sempre meno turisti o thailandesi buddhisti osano spingersi.

Tuttavia, la religione non è la vera causa delle violenze, sottolinea uno studio condotto questo mese dalla Commissione per l’Unità Nazionale, ma è la storia della regione – dal 19esimo secolo i sultanati musulmani hanno regnato qui – a legittimare la violenza.

“Ciò che è più significativo della violenza giornaliera è la convivenza nella società thailandese di persone di origini diverse”, sostiene il rapporto. Nel caso del rapimento di Jooling, i membri del villaggio avevano chiesto che gli insegnanti buddhisti, o meglio siamesi, venissero separati da quelli musulmani. Per impedire attacchi futuri, l’esercito ha circondato la scuola di filo spinato e soldati armati controllano l’area.

di Ylenia rosati

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