Un italiano fra i relatori del China International Silk Forum: Daniele Furlan, responsabile dell’ufficio italiano di High Fashion Group

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5 Novembre 2007

HANGZHOU, DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE

Daniele Furlan vanta una lunga esperienza nel campo delle vendite e della gestione di aziende e business in Estremo Oriente. Dal 2004 è responsabile della branch italiana della High Fashion Group, azienda cinese con sede legale ad Hong Kong e con forte vocazione internazionale: oltre alla sede italiana e di Hong Kong, infatti, la High Fashion Group è presente, fra l’altro, anche a Londra e a New York. Il gruppo è fra i più importanti in Cina nel settore della manifattura e distribuzione di filati, tessuti e capi d’abbigliamento finiti. Oltre alla direzione dell’ufficio italiano, Furlan è anche coinvolto nel top management del gruppo High Fashion e si occupa del controllo della produzione per quanto riguarda la sede cinese di Hangzhou.

Lo abbiamo incontrato durante la due giorni del "2007 China International Silk Forum" dove il dott. Furlan è intervenuto come relatore sul tema conduttore del seminario "La seta: fashion, brand e innovazione".

FABIOLA MORONI: Dott. Furlan, per cominciare vorrebbe raccontarci come è arrivato in Cina e com’è nata la collaborazione con la High Fashion Group di Hong Kong?

DANIELE FURLAN: Vivo tra la Cina e l’Italia da ormai più di vent’anni ed in questo lasso di tempo mi sono sempre occupato della gestione delle relazioni commerciali e della distribuzione nel campo dell’abbigliamento e del tessile tra l’Oriente e l’Italia collaborando ance con importanti aziende italiane leader del settore. L’incontro con la High Fashion è avvenuto nel 1988, anno in cui si sono avviati i primi rapporti di fornitura. Dal 2004, invece, abbiamo instaurato una vera e propria collaborazione costituendo un branch office a Treviso, di cui sono il managing director per ciò che concerne la gestione generale dell’ufficio e la distribuzione in Italia ed in Europa.

F. M.: In cosa consiste esattamente il vostro progetto di collaborazione? Com’è strutturato? Chi sono i vostri acquirenti e target?

D.F.: Dunque, l’operato della High Fashion è concentrato per metà sull’attività manifatturiera che comprende sia le attività di filatura, tessitura e sperimentazione sui tessuti, sia la fabbricazione di capi di abbigliamento finiti. Il rimanente 50% delle nostre attività si concentra sulla vendita in Cina, per la minor parte, e all’estero, per la maggior parte, dove il nostro primo mercato sono gli Stati Uniti. In merito ai nostri acquirenti e target, posso dirle che abbiamo in portafoglio clienti aziende piuttosto variegate che vanno dai grandi marchi come Calvin Klein, a Mango, Zara, Stefanel oppure a brand un po’ meno noti.

F. M.: Qual è secondo Lei il punto forte del vostro progetto?

D. F.: Innanzitutto la sperimentazione e l’innovazione dei tessuti e dei materiali che portiamo avanti tramite alcuni team specializzati in Cina ed in Italia.

Si pensi ad esempio alla seta: oramai ben pochi utilizzano questo tessuto e di certo non si può dire che un capo in seta sia particolarmente pratico da indossare. Secondo il mio punto di vista è importante puntare all’innovazione, alla ricerca e allo sviluppo di nuovi tessuti, ed in particolare creando filati misti che in molti casi consentono di mantenere un prodotto di alta qualità senza rinunciare alla praticità e alla flessibilità di utilizzo del capo.

La High Fashion sta attualmente puntando molto nel settore della ricerca e sviluppo per tre motivi: primo è quello di rendere tessuti preziosi come la seta, ad esempio, fruibili sul grande mercato; secondo per fornire ai nostri clienti tessuti e capi all’avanguardia e di qualità sempre più eccellente; terzo, e forse più importante, per evitare che i nostri prodotti siano percepiti come "cheap" e di scarso valore solo perché prodotti in Cina. Il nostro obiettivo è dunque quello di integrare le conoscenze e le tecnologie italiane o americane con l’efficienza e l’esperienza cinese per creare un prodotto con qualità di standard elevati, in tutto e per tutto assimilabile ad un prodotto italiano ma "made in China".

F. M.: La spinta all’innovazione è un elemento estremamente importante soprattutto se si pensa che ormai la concorrenza sui mercati mondiali di paesi quali Cina e India in merito a prodotti a basso costo, o comunque non particolarmente innovativi, vede ormai la vittoria dei paesi emergenti…

D.F.: Esattamente. Ormai se si vuole costruire un business vincente non basta più pensare ad una delocalizzazione in senso stretto del termine; occorre progettare un percorso che porti alla crescita e allo sviluppo dei propri prodotti e che li renda unici sul mercato.

Ciò vale comunque anche per gli stessi prodotti cinesi, comunque. Le aziende cinesi non possono più permettersi di ragionare col metro dell’abbattimento dei costi in fase di produzione poiché, a lungo andare ciò le porterà ad affrontare la concorrenza di altri paesi dove il costo della manodopera è ancora più basso facendo così perdere loro di competitività. Inoltre, se nella creazione di un prodotto si mette avanti a tutto solo il taglio dei costi e solo in coda la qualità del prodotto, la credibilità dello stesso sul mercato viene meno.

F.M.: Ad esempio?

D.F.: Il caso lampante è proprio quello della seta cinese. La percezione della seta cinese nel mondo non è certo quella di un prodotto di alta qualità, bensì di un tessuto che si può trovare a poco magari in un mercato o addirittura in metropolitana… E questo perché?

In parte è legato al proliferare di aziende che producono a basso costo ma in parte, e ciò è forse peggio, ciò è dovuto anche a ragioni di politica interna in merito alla classificazione del prodotto in Cina.

Nonostante gli appelli di moltissime aziende straniere, il Governo Cinese e dell’Associazione Cinese per la Seta non hanno ancora eseguito un’adeguata catalogazione del tessuto per definire i diversi livelli di seta in maniera oggettiva e tecnicamente qualitativa creando così un progressivo deterioramento del settore setifero negli ultimi due anni.

F.M.: Passando invece alla sua esperienza personale, cosa significa lavorare come manager ed imprenditore italiano per un’azienda cinese? Cosa l’ha spinta a fare questa scelta?

D.F.: Il motore che mi ha portato a vivere qui e collaborare per un’azienda cinese è stato in primis proprio l’interesse e la passione per l’Oriente e per la Cina. Secondariamente, credo molto in questo progetto e soprattutto sono fermamente convinto che oggigiorno il business deve avere una visione internazionale a tutto tondo e per fare questo occorre spingersi sui mercati più promettenti.

Per ciò che concerne la mia esperienza a livello di rapporti umani e di gestione delle risorse posso dirle che occorre avere una buona capacità di mediazione e… di pazienza! E’ molto difficile comunicare con la controparte cinese perchè si appartiene a schemi culturali ed esperienze manageriali differenti. In più, molto spesso, la "parte cinese" tende ad essere diffidente nei confronti della "parte occidentale" poiché non vuole essere considerata come subordinata.

Allo stesso tempo però la parte occidentale è vista come la "portatrice di conoscenze" dunque è considerata come infallibile e molto spesso si tende a considerarla come un "oracolo di saggezza da cui attingere" senza però incentivare uno scambio proficuo di conoscenze. Mi spiego meglio: secondo la mia esperienza, è come se avessi sempre l’impressione che i collaboratori cinesi si aspettino sempre che la parte straniera fornisca loro "la formula magica" per il successo senza però ragionare in un contesto di team dove tutti i membri sono alla pari e dove tutti possono mettere gli altri a parte di nuove idee e dove naturalmente tutti possono sbagliare!

F. M.: Per ovviare a questo ostacolo non avete mai pensato di dotarvi di una "figura ponte" ovvero di un mediatore culturale?

D.F.: Non abbiamo una figura specifica, nella fattispecie italiana, che ricopra questo ruolo in azienda, anche perché, in base alla mia esperienza ho preferito circondarmi di un’equipe di assistenti e colleghi cinesi che parla inglese e che è stata all’estero, e che sia in grado di interfacciarsi con me e nello stesso tempo dirigere i membri dello staff cinese con cui sono più vicini culturalmente. Ciò non significa comunque che io non creda nella figura e nel valore del mediatore culturale: Le anticipo già- anche se non posso dirLe molto in materia perché il progetto è in fase embrionale- che High Fashion Group ha in programma una collaborazione con la Zhejiang Daxue (Università del Zhejiang) di Hangzhou e una famosa università italiana per lo scambio di studenti cinesi ed italiani creando opportunità di stage e perfezionamento della lingua all’estero.

F.M. Quali consigli si sente di dare agli imprenditori italiani che decidono di cominciare un’attività in Cina?

D.F.: Innanzitutto, arrivare organizzati, ben strutturati e con idee chiare e progetti ben precisi in mente. Molti imprenditori italiani vengono in Cina con la concezione del "mercante" più che dell’imprenditore: occorre staccarsi dall’idea "romantica" del Marco Polo del 21° secolo che va alla conquista dell’Estremo oriente. Per fare questo occorre impiantare una struttura complessa, il che comporta investimenti sostanziosi che di sicuro non frutteranno immediatamente bensì nel giro di anni. In secondo luogo, a mio avviso è importante creare un team bilanciato con membri dello staff italiani al top management e nei punti chiave dei settori di sviluppo e da ultimo assicurarsi un buon team di colleghi cinesi preparati e che abbiano possibilmente studiato all’estero e che possono essere un’utilissima porta per capire meglio il modo di fare affari e gestire le risorse cinesi.

F.M.: Un’ultima domanda: i casi di aziende cinesi che fanno investimenti in Italia ed in Europa è ancora piuttosto esiguo, tuttavia, in aumento: come considera questo fenomeno? Una minaccia o un’opportunità?

D.F.: Col tempo, e in questo senso intendo almeno 6-10 anni, credo che le aziende cinesi avranno un autentico boom all’estero e probabilmente "ci conquisteranno" nel senso anche più negativo del termine. Tuttavia ritengo che come ogni "nemico" anche l’avanzata cinese vada affrontata creando delle sinergie e delle possibilità di crescita per entrambe le parti e non fuggendo, facendo dell’inutile allarmismo né tanto meno pretendendo di distruggere la controparte: il mercato cinese è oggettivamente troppo grosso per metterci "contro" i cinesi, la giusta logica per trarre beneficio dalla situazione è allearsi con loro.

Fabiola Moroni