Un nuovo aeroporto per le Olimpiadi: tanto feng shui e design made in Europe, non Made in Italy

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19 Settembre 2007

PECHINO: Un gioiello dal valore di oltre 2,8 miliardi di dollari, spesi per metterne a punto soltanto la struttura principale e accessoriata da apparecchiature costate quasi altri 5 miliardi di dollari. Questa la spesa per dar luce al nuovo terminal 3 dell’aeroporto internazionale di Pechino, inaugurato la scorsa settimana e finalmente aperto alla stampa per visite e sopralluoghi.

Un’immensa struttura di vetro e acciaio con un tetto delicatamente inclinato posizionato per stupire tutti i viaggiatori che affolleranno la capitale in occasione delle prossime Olimpiadi. L’obiettivo dei preparativi della capitale cinese in vista della prossima estate è ormai più che chiaro: stupire, affascinare e rinnovare l’immagine comune, a volte stereotipata, di una Cina arretrata, affannosamente e innaturalmente fatta correre dietro ai ritmi dell’economia mondiale.

La Cina dimostrerà di essere tornata a rivestire i panni di vero "centro" nell’eccezionalità mondiale dell’evento olimpico-, spiega sicuro di sé Zhang Zhizhong, general manager nella Capital Airport Holding Co, alla stampa internazionale in visita al terminal. Tutti i preparativi sembrano convogliare sulla stessa finalità: tracciar eun profilo del Paese che sia indelebile nella storia, ancora più dell’importanza sportiva e ideologica della portata dei Giochi. Le Olimpiadi 2008 saranno il biglietto da visita di Pechino sullo scenario internazionale, l’occasione migliore per mostrare al mondo quanto la Cina ha costruito dal ’78 ad oggi, senza dimenticare, forse, gli errori del passato, ma sicuramente con il pieno interesse ad offuscarli, mitigarli in un’aurea di rinnovato benessere e prestigio.

Questo nuovo terminal, che comincerà ad essere operativo già da febbraio, in un periodo finestra necessario per testarne la piena efficienza, presenta un sistema all’avanguardia nel trasporto dei bagagli, più veloce e sicuro, capace di ammortizzare il consistente flusso di passeggeri durante i giochi ed evitare fastidiosi rallentamenti su partenze e arrivi dovute spesso al carico e scarico delle valigie. Tutto automatizzato ed elettronicamente salvaguardato. Uomini e macchine inseriti in un ottimale contesto di sinergia lavorativa, atta a offrire un servizio efficiente e soprattutto veloce, hanno spiegato i tecnici. La struttura è poi collegata perfettamente per trasportare i passeggeri nel cuore della città attraverso un secondo rail terminal collegato alla struttura principale. Ogni ambiente sarà perfettamente e totalmente condizionato per favorire l’impatto più gradevole possibile con il clima cinese in una stagione, quella estiva, che come è risaputo, a Pechino è sempre molto calda.

Il design non è made in Italy. E’ una firma british quella voluta dai cinesi per quest’opera: Norman Foster che in una recente intervista pubblicata sulla stampa cinese ha dichiarato di aver pensato alla struttura del nuovo terminal come alla fusione accattivante fra architettura della tradizione e new technology perfettamente inserita in un’armonia di spazi e luci. Un visione molto "feng shui" che i cinesi hanno apprezzato fin dall’inizio perché facilmente accostabile alla propria sensibilità e d’ alta attrattività nel suo lato tecnologico. Un esempio di questo binomio? La struttura è sostenuta da centinaia di colonnati rossi terminanti su installazioni dorate a contorno della tettoia e rievoca atmosfere imperiali dei palazzi della città proibita, mentre intorno un sistema elettronico progettato dalla tedesca Siemens AG, costato oltre 250 milioni di dollari, permetterà il trasporto silenzioso di oltre 19.000 bagagli all’ora! "Gli stranieri che si sposteranno in questo terminal prima di approdare nella capitale si muoveranno in ambienti molto spaziosi, delicati, illuminati da video giganti al plasma e in un armonioso gioco di luci e colori riflessi sulla struttura d’acciaio" spiegano i tecnici sulle pagine del China Daily.

Un cantiere di progettazione tutto europeo ma in cui le firme del design e dello studio d’architettura from Italy pare essere caduto nel silenzio. E il dato fattuale lo esprime non solo il progetto del terminal 3 ma tutto l’insieme di lavori in corso previsti per l’occasione del 2008. Al tedesco Albert Speer Jr. è stata commissionato il design per la north-south boulevard di Pechino, al francese Paul Andreau la tanto attesa quanto discussa National Opera House proprio di fronte alla piazza di Tiananmen, il National Stadium, poi, quello che vedrà la cerimonia d’apertura e di chiusura dei giochi, è stato progettato in sinergia dallo studio d’architettura svizzero Herzog & de Meuron Arckitekten in compartecipazione con il prestigioso Chinese design Intistute. E ancora, il design per la grande piscina Water Cube lo si è accaparrato l’australiana PTW, già famosa per aver firmato alcune opere importanti durante i giochi di Sidney del 2000, in cooperazione con un’altra grande azienda inglese, la Ove Arup Engineering, che sembra aver fatto bottino di moltissimi appalti sui progetti per le prossime olimpiadi. Fra questi ricordiamo il cantiere per la costruzione del nuovo headquarters televisivo della CCTV, disegnata dall’architetto tedesco Rem Koolhaus.

Una corsa europea vissuta con lentezza dagli italiani che però, dati alla mano, sembrano essere stati ancora una volta i primi a pianificare attività di budgeting e di ricerca in merito alle possibilità di business e di analisi sul possibile piano d’investimenti in Cina in vista delle Olimpiadi . Alcuni bollettini di settore sono già stati diffusi a partire dal 2002 e preventivavano le grande opportunità per le nostre firme in vista dell’evento olimpico.

Ora a meno di un anno la partita sembra chiusa. Il nuovo terminal apre fra i bagliori della sua inaugurazione e sotto gli sguardi stupidi dei molti critici accorsi anche ieri in visita. La Pechino olimpica comincia a svelare le prorie carte e i costi di un giro d’affari da capogiro, anche per un settore in cui ci vantiamo di essere primi da sempre ma per cui, in questo caso, la vittoria non è certo tutta tricolore.

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Paolo Cacciato