Università, nuova fonte di proteste in Cina

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22 Giugno 2006

PECHINO: In Cina, come in molti altri Paesi asiatici, il nome della scuola in cui ci si laurea è una specie di marchio a fuoco che finisce poi per determinare tutta la carriera futura.

Il salario, la mobilità e la percezione delle capacità sono spesso legate alla reputazione o al livello dell’università che si è frequentata. In Cina gli studenti sono letteralmente bloccati in certe scuole o dipartimenti, solo a causa dei punteggi ottenuti agli esami nazionali. E le cose non vanno meglio per gli insegnanti, costretti a firmare un contratto dai tre ai cinque anni che, se violato, prevede una penale equivalente al salario stesso (3-500 dollari al mese).

In Cina l’università è diventata una scommessa molto costosa per milioni di famiglie, ormai consapevoli che persino un diploma della più prestigiosa università non basta a garantire il successo.

Non è perciò così difficile immaginare perché 5-10mila studenti dell’Università d’Economia e Commercio della Shengda, ora sotto stretta osservazione della polizia, abbiano sollevato proteste, anche molto violente, commettendo atti vandalici su auto, biciclette, banche e supermercati.

Ma non sarebbe la prima volta.

Nel 1998, il Governo ha incoraggiato un’espansione dell’educazione universitaria, cosicché centinaia di nuovi college sono nati dal giorno alla notte per sistemare milioni di nuovi studenti, i futuri nuovi ingegneri, banchieri, commercianti ed esperti di marketing cinesi. In base alle leggi, le nuove scuole dovevano affiliarsi a istituti che le supervisionassero, contatto che usarono a loro vantaggio, facendo pagare delle tasse di gran lunga superiori a quelle delle università a cui erano affiliate.

Gli studenti di Shengda si sono ribellati non solo perché gli è stato detto che i diplomi che avrebbero di lì a poco ricevuto, sarebbero stati rilasciati non dalla scuola ma da un istituto minore, l’Università di Zhengzhou (capitale della provincia dello Henan), molto meno prestigiosa della Shengda, ma anche contro il sistema universitario stesso.

Le autorità hanno quindi sigillato il campus e impedito agli studenti di scappare. Ciononostante, marce e sit-in davanti ai quartier generali dell’università sono continuati fino a ieri, chiedendo compensazioni e delle scuse formali dal preside della scuola.Le cose si sono poi calmate un po’ dopo diverse negoziazioni tra studenti e staff universitario, ma alcuni studenti stanno ancora boicottando esami e lezioni.

Ma quello che ora preoccupa di più è la facilità con cui possono scoppiare questo tipo di proteste in Cina, anche per ragioni molto meno serie di quelle di Shengda. Basti pensare al black-out che pochi giorni fa nell’università del Sichuan ha provocato una piccola rivolta solo perché aveva interrotto la trasmissione della Coppa del Mondo.

Ylenia Rosati

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