Veneto sempre piu’ a Est

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6 Marzo 2006

Negli anni ’90 sono state chiuse molte aziende nel nord Italia perché costava meno produrre (agevolazioni) al Sud e sempre per lo stesso motivo alcuni impianti sono stati delocalizzati nei paesi mediterranei (Spagna, Portogallo o Grecia). Con la caduta del muro di Berlino i "confini della convenienza" si sono ulteriormente allargati da sud ad est. Le economie dell’est Europa sono divenute importanti poli di attrazione perché in grado di offrire fattori di produzione a minore costo, leggi vantaggiose, più centralità geografica. In pochi anni sono così state così delocalizzate numerose aziende in Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania. In quest’ultimo paese, ad esempio, è nato addirittura un distaccamento di Unindustria-Treviso! Nel frattempo la ruota è continuata a girare. E ce lo fa notare proprio un imprenditore che, nell’Est Europa, ha trasferito una parte della produzione. Stiamo parlando di Mario Moretti Polegato, presidente di Geox, inventore della scarpa che respira. In una recente intervista rileva che il costo del lavoro sta salendo rapidamente anche nell’Europa dell’est. Chi ha puntato su questi paesi ben presto potrebbero delocalizzare. I dati che riportiamo in tabella, riferiti a cinque importanti paesi, sono chiari. Gli investimenti stanno crollando perché i costi salgono.

Alcuni dati pubblicati da Business Atlas indicano, infatti, che in Romania il costo medio della manodopera era pari a 195 euro nel 2004 (oggi è molto superiore) rispetto ai 1000 dell’Italia. In Nord-Africa, invece, un operaio costa rispettivamente 252 euro al mese in Egitto e 227 in Tunisia. In India il costo mensile di un operaio specializzato è pari a 141 euro contro i 195 della Cina. Nell’est Europa, quindi, il costo del lavoro non è più tanto basso se confrontato con quello di altri paesi emergenti asiatici dove è soprattutto la produttività ad essere molto maggiore. Si lavora 6 giorni su 7 per 12 ore al giorno, senza particolari assicurazioni, senza norme a tutela dell’ambiente,…,. Cina ed India – quindi – mettono in ginocchio tutti. Le grandi multinazionali hanno già iniziato la loro fuga. Ibm ha già chiuso un impianto miliardario in Ungheria a Székesfehérzàr per spostare tutto in Cina. Ma l’impianto dimesso è stato acquisito dalla cinese Lenovo! Anche la Philips è fuggita da questo stesso paese per andare in Cina, ed anche in questo caso la cinese Tpv l’ha acquistato per assemblare in loco televisori. Ormai la Cina è il polo di attrazione privilegiato dagli investitori internazionali. Anche da quelli veneti. Da un recente studio risulta, infatti, che gli imprenditori della nostra regione sono i più presenti nell’est di questo paese. Si va in Cina per favorire alleanze, dare vita a consorzi, promuovere lo sviluppo commerciale, sfruttare la capacità produttiva locale a basso costo. Muoversi in autonomia, tuttavia, ha elevati costi ed il rischio di operare in modo scoordinato. Per questo motivo stanno nascendo iniziative volte alla formazione ed al coordinamento degli sforzi. Unindustria Padova sta cercando di supportare le imprese che vogliono conoscere questo nuovo mercato attraverso l’attivazione di un "China desk". Apindustria di Padova si sta muovendo con un ufficio di rappresentanza a Shanghai. Numerose banche, anche locali (Veneto Banca), stanno aprendo uffici ed organizzando missioni per favorire lo sviluppo del business per i loro clienti. L’università Cà Foscari di Venezia sta realizzando dei corsi per formare esperti che conoscano non solo questi mercati ma anche le lingue locali. L’università di Padova si sta attivando per realizzare accordi con le maggiori università cinesi. La sensazione, quindi, è che la fuga dall’Europa continuerà perché i "posti al sole" sono sempre ad est, ma molto più in là, dove nasce il sole.

Gianni Lo Martire

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