Venezia 2007: Vince l’Oriente

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Venezia 2007: Vince l’Oriente

10 Settembre 2007

VENEZIA: Si è chiusa sabato, al termine di una cerimonia unanimemente considerata troppo lunga e annacquata, la 64esima edizione della Mostra Internazione d’Arte Cinematografica di Venezia. I pronostici dell’ultima ora, ansiosi come gli exit-poll di una giornata elettorale, davano come favorito il film di Nikita Mikhalkov, "12", thriller politico-giudiziario sulla difficile situazione della Cecenia, e come grandi sfavoriti proprio quei film orientali — "Lust, caution" di Ang Lee e "Sukiyaki Western Django" di Takashi Miike — che una settimana fa, all’apertura della Mostra, sembravano a tutti i vincitori designati.

Le reazioni fredde della stampa — il noto critico spagnolo Enric Gonzales scrive del film di Miike che "l’autoironia dell’opera regala qualche risata ma non va da nessuna parte", mentre Mereghetti attacca il film di Ang Lee sostenendo che "il risultato, per chi non voglia solo ispirarsi a qualche inusitata posizione kamasutresca, convince poco" — e quelle poco convinte del pubblico avevano fatto ribaltare i pronostici, portando alla ribalta due film poco pubblicizzati come "Redacted" di Brian de Palma (che comunque si aggiudica il Leone d’Argento per la migliore regia) e "12" di Mikhalkov.

La mitologia tipica di ogni festival cinematografico, soprattutto europeo, vuole che ogni giuria sia sempre ferocemente combattuta al proprio interno, e che nessuno voglia cedere di un millimetro sulle proprie posizioni. L’esempio forse più noto è del 1992, quando Bernardo Bertolucci — Leone d’oro speciale per il 75esimo anniversario della Mostra — impose la propria decisione alla giuria di Cannes, attribuendo la Palma d’Oro a "Cuore selvaggio" di David Lynch, soluzione che fece gridare allo scandalo. Anche quest’anno, si sono diffuse voci circa il totale disaccordo di molti giurati (fra cui, si dice, il nostro Ozpetek che, ai microfoni di RAIsat, ha ammesso la presenza di due fazioni contrapposte) con la decisione finale di premiare Ang Lee.

Polemiche, diatribe e faide a parte, è doveroso concedere un riconoscimento ad un regista d’eccezione la cui carriera, suggellata già nel 2005 dal trionfo internazionale di "Brokeback Mountain", riceve con questo Leone d’Oro la definitiva consacrazione. E con un film che, giudizi di gusto e merito esclusi, ha l’indubbio pregio di essere un’opera coraggiosa su più livelli, quello storico-politico e quello erotico. Se "Lust, caution" spinge la rappresentazione grafica del sesso al di là del confine normalmente accettato dalle commissioni censorie, lo fa con una delicatezza brutale, ovvio ossimoro inconciliabile, che deve senz’altro aver convinto la giurata Catherine Breillat, cineastra francese da sempre interessata al sesso come dinamica di potere fra uomo e donna (si vedano soprattutto "A ma soeur", Fr. 2001 e "Pornocratie — Anatomie de l’Enfer", Fr. 2004). E questa tensione sessuale, non diversamente da quanto accadeva per Ennis e Jack, cowboy dall’animo tormentato, è espressione esplicita di tensioni sociali endemiche, in questo caso il difficile momento storico dell’occupazione della Cina da parte del Giappone, già al centro di "Addio mia concubina" di Chen Kaige, Palma d’Oro a Cannes nel 1993.

Altro premio importante a "Wujong" di Jia Zhang-ke, che vince nella sezione Orizzonti Doc, dopo essersi aggiudicato, nella scorsa edizione, il Leone d’Oro per "Still Life". Film composito, a episodi, delicato e profondo nella sua superfluità — che, come ricordava Oscar Wilde, è la vera radice della bellezza — racconta tre storie legate al mondo della moda e dei vestiti, dai grandi atelier parigini alla piccola sartoria di Fenyang, passando per una fabbrica di Pechino. Il titolo, traducibile come "inutile", si riferisce alla nuova collana che la stilista cinese Ma Ke sta per lanciare a Parigi, ed è in questa dimensione d’inutilità, di cerchi che non tornano, di storie che non iniziano e non finiscono, che Jia Zhang-ke si dimostra ancora una volta un cantore della quotidianità al tempo stesso tenero, partecipe ed implacabile.

Riconoscimenti anche a "Zui yaoyuan de juli" di Lin Jingjie, che si aggiudica il Premio Settimana Internazionale della Critica, e a "Geomen tangyi sonyeo oi" di Jeon Soo-il che ha ricevuto il Premio Cinema d’Essai. A "Lust, Caution" di Ang Lee è andata anche l’Osella per la Miglior Fotografia, curata dal messicano Rodrigo Pietro che — nel discorso di ringraziamento — ha espresso profonda gratitudine al regista che si è fidato di uno straniero per riprodurre i colori, le luci e l’atmosfera della Cina anni ’30.

Dalla selva di polemiche seguite alla proclamazione dei premi — la stampa internazione è rimasta basita per la Coppa Volpi per la Miglior Interpretazione Maschile a Brad Pitt, e molti critici sollevano perplessità circa le reali motivazioni che hanno portato il Leone d’Oro nelle mani di Ang Lee e non in quelle di Mikhalkov (che si è dovuto accontentare di un "premio all’opera nella sua integrità", creato ex-novo) — il presidente della Giuria Zhang Yimou si è difeso sostenendo che, data l’elevata qualità artistica delle opere presentate, non era possibile accontentare tutti. Di certo soddisfatti anche quest’anno gli Orientali, che lasciano la Laguna con un palmarès davvero invidiabile: nell’attesa che il giudizio del grande pubblico confermi o smentisca i premi festivalieri, Venezia si conferma ancora una volta il più importante ponte culturale fra Europa e Asia.

Andrea Morstabilini