Yasukuni, il documentario sul nazionalismo giapponese riaccende la polemica

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6 Maggio 2008

TOKYO: E’ nelle sale giapponesi da sabato scorso il controverso "Yasukuni", un film diretto dal regista cinese Li Ying e vincitore del primo premio come miglior documentario in occasione della trentaduesima edizione dell’ Hong Kong International Film Festival.

La pellicola è incentrata sull’omonimo tempio shintoista che si trova a Tokyo, nel quartiere di Kudanshita, dedicato ai soldati e a coloro — non solo giapponesi ma anche coreani e taiwanesi — che morirono combattendo per l’imperatore. I loro nomi sono iscritti nel "Libro delle Anime", testo particolarmente discusso perchè nella lunga lista sono citate più di mille persone dichiarate colpevoli di crimini di guerra e ben quattordici individui definiti addirittura "criminali di Classe A", ovvero rei di crimini contro la pace.

Per questa ragione, molti guardano al tempio Yasukuni come a un baluardo del revisionismo giapponese, come a un grave affronto nei confronti delle vittime delle guerre perpetuate dall’esercito imperiale. Così è accaduto annualmente che il quindici agosto, giorno della commemorazione dei caduti della seconda guerra mondiale, la televisione riprendesse scene in cui folle di cinesi e coreani bruciavano bandiere giapponesi insieme all’immagine del ministro in carica, poichè questi si era appena recato a pregare presso il tempio Yasukuni.

A parte questo caldo giorno d’estate, però, bisogna ammettere che per molti il problema non è particolarmente sentito e un’ampia fetta della popolazione non prova il benchè minimo interesse nei confronti del tempio e dei decantati "eroi di guerra". Certo, però, che è difficile ignorare la minacciosa presenza dei camioncini nero pece delle organizzazioni di destra, parcheggiati nelle vicinanze del tempio Yasukuni e transitanti spesso nei luoghi di maggiore affollamento della città come Shinjyuku e Shibuya.

E’ per questo che, in un paese in cui i crimini organizzati dagli skin-head nipponici, se non tollerati sicuramente non sono sufficientemente combattuti, un documentario come "Yasukuni" — da alcuni definito addirittura anti-giapponese — non può passare inosservato. Ad aprile è stata organizzata una speciale anteprima, richiesta espressamente da alcuni gruppi politici di destra per poter giudicare il presunto sentimento antinazionalistico aleggiante nella pellicola. Pare che dei 150 partecipanti nelle fila degli attivisti, alcuni abbiamo avanzato delle forti critiche, giudicando il film "indubbiamente anti-giapponese" ed offensivo nei confronti del tempio Yasukuni. Questo, dal canto suo, ha inviato una lettera di protesta al regista Li Ying, chiedendo che alcune scene del documentario venissero cancellate. Ciliegina sulla torta è stata la richiesta da parte di uno degli attori protagonisti del documentario, terrorizzato dall’enorme polverone alzatosi (e, secondo alcuni, addirittura minacciato), di eliminare tutte le scene in cui egli appariva.

Al domani di queste accuse, la programmazione del film è stata cancellata in molti cinema, tanto che a Tokyo sono solo due le sale in cui si può attualmente vedere questo documentario, ad Osaka una e Nagoya ha deciso di posporre la programmazione per osservare le reazioni del più nutrito pubblico di Tokyo ma soprattutto per studiare le eventuali proteste da parte delle temute organizzazioni nazionaliste.

Li Ying, che vive in Giappone da quasi vent’anni, è rimasto molto stupito dalle proteste contro il suo documentario. Lui lo definisce infatti come una "lettera d’amore" nei confronti dei giapponesi: "Io vivo in Giappone. Come potrebbe mai risultarmi personalmente giusto qualcosa che è anti-giapponese? Questa lettera d’amore forse può essere difficile da vedere, ma è la forma che prende il mio amore".

Le problematiche che circolano all’interno e all’esterno di questa pellicola, quindi, sono numerose e vanno a risollevare antiche questioni insite nell’essenza stessa di un paese come il Giappone: il nazionalismo diffuso, come un’antica malattia della storia giapponese; la tendenza revisionista che nega persino nei libri scolastici le atrocità perpetuate dal popolo nipponico; la tolleranza, a volte letale, nei confronti dei gruppi di estrema destra che spesso dettano le loro leggi a suon di minacce e di attentati.

da Tokyo, Laura Messina