Yeti, scienziati inglesi al lavoro sui peli di uno spirito. Il parere di Stefano Beggiora, studioso di tradizioni tribali himalayane.

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4 Agosto 2008

Yeti, tra realtà e leggenda

Da decenni, la letteratura di viaggio racconta di avvistamenti inspiegabili avvenuti nel cuore di giungle, o in alta quota, vicino a grossi ghiacciai. Uomini scimmia di enormi dimensioni, feroci e avvolti da una fitta pelliccia, accusati di rapimenti, distruzioni e di insidiare gli abitanti di sperduti villaggi, per poi sparire senza lasciare traccia. Un clichè appassionante, arcinoto in occidente e riproposto con sorprendente somiglianza nei racconti di testimoni oculari, non importa se provenienti da Canada, Indonesia o area Himalayana, che tuttavia è sempre sfumato nel mito per mancanza di prove scientificamente attendibili. A quanto pare però, in questi giorni la leggenda dello Yeti potrebbe subire una svolta decisiva, e dare ragione a quanti sostengono che l’abominevole uomo delle nevi esista davvero. È il caso di Dipu Marak, cittadino indiano che di recente ha messo a disposizione della scienza due preziosi campioni di peli appartenenti ad una creatura per ora sconosciuta. In molti sostengono siano i capelli dello Yeti, o forse è meglio chiamarlo Mande Barung "uomo della foresta", termine usato dalle tribù Garo del Meghalaya per identificare la creatura, avvistata più volte in questo remoto distretto montuoso dell’India nord orientale. Il ritrovamento sarebbe avvenuto 5 anni fa ad opera dello stesso Marak, giunto a perlustrare un fitto bosco di rovi dove il Mande Barung era stato notato per 3 giorni consecutivi.

Gli esami in laboratorio

In una prima fase, sono stati effettuati test comparativi al microscopio per cercare di capire se i peli appartenessero a qualche specie animale della zona, ma l’esito è stato negativo. Di sicuro non si tratta di orso nero asiatico, di cinghiale o di macachi. Per questo, nei giorni scorsi i preziosi reperti sono stati portati presso la Oxford Brookes University in Inghilterra, dove un’equipe di esperti della facoltà di antropologia effettuerà esami più approfonditi sul dna. Per ora, l’unica notizia resa nota è che i due peli, lunghi 44 e 32 millimetri, hanno la stessa cuticola dei capelli raccolti mezzo secolo fa da Sir Edmund Hilary (autore assieme allo sherpa Norgay della prima scalata al Monte Everst), appartenenti ad una specie animale sconosciuta e conservati al Museo di Storia Naturale di Londra.

Lo Yeti nelle tradizioni himalayane

Al momento non è possibile sapere se dai prossimi test gli studiosi sveleranno il mistero dell’uomo della foresta. Non stupirebbe se i due peli fossero classificati e archiviati con l’etichetta "sconosciuto". Tuttavia, l’ostinazione con cui spesso l’Occidente ha cercato di dare concretezza fisica ad un fenomeno altrimenti "inspiegabile", ha inevitabilmente messo in secondo piano le tradizioni locali di origine tribale, dalla cui analisi si potrebbe apprendere qualcosa di più sullo Yeti. Ne abbiamo parlato con Stefano Beggiora, dottore in ricerca e cultore della materia all’Universtià Cà Foscari di Venezia, esperto di sciamanismo e di tradizioni tribali del Subcontinente Indiano, il quale nel passato ha svolto alcuni studi in questo ambito.

Emanuele Confortin: dottor Beggiora, in questi giorni le agenzie di stampa internazionali hanno diffuso la notizia del possibile ritrovamento di due peli dello Yeti. Lei cosa ne pensa?

Stefano Beggiora: guardi, vorrei premettere che l’area del ritrovamento è il Meghalaya, un territorio montuoso e isolato tra i meno esplorati al mondo, dove la ricerca scientifica si era arrestata con gli inglesi prima della II Guerra Mondiale, e ripresa negli ultimi anni da equipe non proprio attrezzata di scienziati/esploratori indiani. Tuttavia, la varietà naturalistica del territorio è più volte stata richiamata nei bollettini scientifici di botanica e zoologia, per segnalare il ritrovamento allo stato selvatico di alcune specie animali o vegetali in precedenza ritenute estinte. Questo per dire che i famigerati peli di cui tanto si discute potrebbero benissimo appartenere ad un mammifero del quale non è nota l’esistenza nel Nordest indiano.

E.C.: allora come spiega l’insistenza con cui in molti cercano di dare un volto al mistero dell’Uomo delle Nevi?

S.B.: non mi stupisce affatto, rientra nel comportamento tipo di noi ‘occidentali’, sempre pronti ad imporre una soluzione razionale, o ‘materiale’ a concetti ancestrali che non sapremmo spiegare, o accettare. Nel caso in questione sembra piacere l’immagine dell’ominide peloso e gigante, assetato di sangue.

E.C.: a questo punto credo sia opportuno qualche accenno alla concezione tradizionale dello Yeti, ci dice qualcosa a riguardo?

S.B.: ovviamente non c’è ‘una’ concezione, ma ne esistono molteplici a secondo dell’area geografica. Tuttavia, nelle aree del centro Himalaya si tramandano da secoli leggende popolari che hanno come protagonista lo Yeti, anche se sarebbe meglio chiamarlo Van Jankhri, termine che identifica lo ‘spirito sciamanico della foresta’ (Van ‘foresta’; Jankhri ‘sciamano’). Si tratta dell’incarnazione della forza della natura, particolarmente influente nell’equilibrio del villaggio in quanto rappresenta lo spirito iniziatico. Qui entriamo in ambito sicamanico (lo sciamanismo è diffuso in gran parte delle aree tribali dell’Himalaya), in particolare riferiamo al momento in cui i giovani adolescenti (scelti per diventare i nuovi sciamani) vengono rapiti dagli spiriti della natura e portati in un luogo nascosto per essere iniziati alla pratica sciamanica. In poche parole, il Van Jankhri maschio strappa dalla famiglia il giovane e lo porta via per essere mangiato, ma a quel punto subentra la Jankhrini (spirito femminile) che si innamora del giovane e di notte lo libera. Questa ‘liberazione’ rappresenta un momento di passaggio importante, coincidente con la maturità sessuale (da bambino a uomo) e con l’acquisizione dello status di sciamano. Ovvio che la questione è più complessa, ma credo basti a dare una risposta alla sua domanda.

E.C.: davvero interessante, e la descrizione fisica a noi nota corrisponda al modello tradizionale?

S.B.: come accennato prima, noi cerchiamo di razionalizzare e spiegare la cosa come scimmione, che scientificamente dovrebbe costituire l’anello mancante nell’evoluzione umana, in realtà il Van Jankhri, lo Yeti o il Mande Barung in quanto spiriti non hanno una fisicità specifica. Magari possiamo riconoscere l’esistenza di una serie di elementi caratteriali che incutono timore, lo dimostra il fatto che anche nelle vallate himalayane gli adulti sono soliti quietare i bambini più vivaci dicendo che "altrimenti viene a prenderti lo Spirito della Foresta".

Emanuele Confortin

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Emanuele Confortin

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