Storia dell’India

La regione indiana, presenta la forma di un immenso triangolo la cui base è delineata dal sistema montuoso del Karakoran-Himalaya e i cui lati si protendono nell’oceano Indiano, tra il mare arabico e il golfo del Bengala. Poco più grande di un terzo dell’Europa, è distinta in tre regioni naturali molto differenti una dalle altre. Quella settentrionale è occupata dalla catena dell’Himalaya che si dipana dai monti del Belucistanal a quelli del Brahmaputra. Ai piedi dell’Himalaya si apre la pianura alluvionale dell’Hindustan dove scorrono i tre maggiori fiumi indiani: l’Indo, lungo 3.180 chilometri, che sceso dall’Himalaya attraversa il Punjab, passa vicino il deserto del Thar, e sfocia nel mare Arabico a sud di Karachi; il Gange, lungo 2700 chilometri, e il Brahmaputra, lungo 2.900 chilometri nascono rispettivamente uno dal versante sud e l’altro dal versante nord dell’Himalaya, unendosi poi in un unico delta e sfociando nel golfo del Bengala. La terza regione, il Deccan, comincia a sud del fiume Narbada, ed è un ampio tavolato peninsulare. Qui la mappa idrografica della penisola presenta dei fiumi molto più brevi di quelli che attraversano l’Hindustan, uno dei principali è il Godavari, molto noto per le sue cascate.

L’India da molti è considerata la culla della storia dell’umanità, ma questa ipotesi non è confermata. Resta che una civiltà paleolitica sviluppatasi nella zona peninsulare, e una civiltà neolitica sono confermate dai reperti storici. Verso il terzo millennio a.C. fiorisce la cosiddetta civiltà dell’Indo nella regione nord-occidentale della penisola indiana, in rapporti con popolazioni della Persia e della Mesopotamia.

Questa civiltà scompare intorno al 1500 a.C., si ipotizza nello stesso periodo mentre da nord-ovest scendevano gli indi. Agricoltori e pastori, parlavano una lingua di ceppo ariano, e nonostante l’inferiorità culturale, grazie alla migliore organizzazione politica e alla superiore tecnica militare riuscirono a sottomettere le popolazioni ivi presenti. Gli indi prima occuparono il Punjab, in seguito le fertili pianure dell’Hindustan, poi il Deccan.

Il periodo vedico

Notizie di questo primo lungo periodo della storia indiana, che va dal 1500 al 500 a.C., si sono ottenute grazie all’antichissima e ricca letteratura in sanscrito, la lingua parlata dagli invasori ariani. Sì tratta di testi filosofico-religiosi come i Veda o gli Upanishad, o poemi epici come il Ramayana e il Mahabharata, non sono quindi resoconti storici, ma ciò nonostante forniscono molte indicazioni sui principali avvenimenti politici, sugli usi e sui costumi, sulla storia e sulla condizione economica del paese; oltre a questo, in questi testi in sanscrito, sono indicati i nomi dei sacerdoti, dei principi e dei guerrieri. Si trova già la menzione del sistema delle caste, l’elemento che anche oggi caratterizza la cultura e la storia indiana. Il Riveda, il più antico testo compreso nei Veda, fornisce una spiegazione mitologica dell’origine delle quattro principali varna, ovvero caste, quella dei brahmana (i sacerdoti), dei ksatriya (i guerrieri), dei vaisya (i commercianti e i contadini), i sudra (la gente inferiore, ovvero i non ariani). La struttura economico-sociale delle caste nasce dalla mescolanza dell’organizzazione politico militare ariana, che già era distinta in tre classi, ossia guerrieri, sacerdoti e popolo, a cui ogni uomo accedeva a seconda dei meriti e delle proprie qualità, con l’organizzazione tribale della popolazione dravidica, dove ogni piccolo gruppo costituiva un’unità chiusa, legata ad un particolare territorio e a particolari riti e tribù. Conquistato il territorio, a queste tre classi se ne aggiunse un’altra, quella dei vinti. Sigillate per evitare ‘contaminazioni’ tra l’una e l’altra si suddivisero poi in una serie di varie sottoclassi, che arrivarono poi a comprendere i fuori casta, gli ‘impuri’, meglio noti come intoccabili.

Successivamente il potere dalle mani dei guerrieri, viene affidato ai sacerdoti, interpreti e custodi delle credenze e dei rituali magici: si compie in questo modo l’elaborazione del brahamanesimo (elemento caratterizzante la storia indiana), che non è soltanto una religione, bensì una forma peculiare di civiltà dove la religione ha la preminenza su tutte le attività e regola ogni aspetto dell’attività umana.

In un mondo reso immobile dal raggiungimento di obiettivi ultraterreni, isolato dall’esterno e frazionato all’interno, le rivoluzioni più importanti sono state sul piano religioso, dettate dall’evoluzione del pensiero filosofico.

Il periodo di Mahavira e di Buddha

Si sviluppano intorno al 6°secolo a.C., le rivoluzioni religiose principali, realizzate da Siddhartha Gautama detto il Buddha, ovvero ‘l’illuminato’, e da Vardhamana noto come Mahavira, ovvero ‘il grande eroe’. Queste religioni sfidavano l’egemonia dei bramini, rifiutando il sistema delle caste, il sacrificio ed erano aperte alle donne. La storia dell’India si evolve molto velocemente a partire dal 6°secolo.

Nel 6° secolo la penetrazione ariana era arrivata anche a toccare l’isola di Ceylon, l’attuale Sri Lanka. Lo stato più forte militarmente in questo periodo è il regno di Magadha. Risalgono a questo periodo i più importanti tentativi di invasione: tra il 550 e il 485 a.C. si avvicendano quelle persiane di Ciro e Dario, che imporranno un tributo ai principi indiani del Punjab; nel 326 a.C. Alessandro Magno s’impadronisce della stessa regione, sconfiggendo il re Poro. La morte di Alessandro, lo smembramento che seguì del suo impero, scongiurarono il pericolo di una duratura dominazione ellenistica sull’India. Nel 4° secolo a.C. prende il potere a Magadha una nuova dinastia che assoggetta tutto il territorio indiano. Durante il 3° secolo a.C. il re Asoka, promuove la diffusione del buddismo suscitando in questo modo la reazione dei bramini che sarà tra le cause della decadenza dello stato nel corso del 2°secolo a.C.. Nello stesso periodo nella regione del Deccan si costituisce l’impero di Andhra.

Solo nel 4°secolo d.C. e fino al 6° secolo l’impero di Magadha ritrova il suo antico splendore con la dinastia Gupta, il cui dominio coincide con il periodo classico della civiltà indiana che si diffonde nella regione del sud-est asiatico. Nel 7°secolo l’unità politica raggiunta si è però dissolta con la realizzazione di un’organizzazione di tipo feudale. Nello stesso periodo il buddismo viene soppiantato da un nuovo brahamanesimo.

L’arrivo dell’Islam

Tra la fine del 12° secolo e l’inizio del 18°secolo, si sviluppa il terzo periodo della storia indiana, che coincide con la conquista islamica. Il fanatismo religioso dei vincitori provocò massacri e distruzioni ma numerose furono le conversioni, non solo dettate dalla paura, ma dal fatto che la nuova religione ignorando il sistema delle caste restituiva speranze a coloro che non ne avevano mai avute. È stata la reciproca intolleranza religiosa a fratturare nuovamente la penisola indiana.

Molti dei mussulmani turchi provenienti da nord-ovest, fondarono dinastie, con il supporto di soldati e mercanti senza contare l’apporto di artisti e predicatori sufi.

Il più importane invasore è stato Mahmud di Ghazni, che depredò molti templi delle loro ricchezze. Nel 1192, Muhammad di Ghur, conquista il Punjab e Delhi e stabilisce il suo dominio anche nelle aree circostanti. Qutbuddin Aibak, il successore, tra il 1206 e il 1210 fa costruire il Qutb Minar di Delhi. Dopo di lui verranno gli Iltutmish, i Balban e i Khilji, che conquisteranno il Gujarat, il Rajasthan e il Bengala. Nel 1398 le incursioni da parte di Tamerlano di Samarcanda indeboliranno ulteriormente il potere dei sultani di Nuova Delhi. Gli ultimi due sultanati sono rappresentati da quello del Sayyid, che regna tra il 1413 e il 1451, e quello dei Lodi che dominerà tra il 1451 e il 1526. Resta che per tutto questo periodo prevale il frazionamento politico, che vede la condivisione del territorio tra piccoli stati indù a piccoli regni mussulmani.

Al principio del 16°secolo l’Hindustan cade nelle mani di Baber, discendente del condottiero Timujin, ovvero Tamerlano. È Baber, che dopo aver sconfitto tutti i principi indù e mussulmani, fonda l’Impero del Gran Mogol. Ciò non pone fine ai contrasti religiosi tra le varie comunità, ed è in questo periodo che nel Punjab nasce la khalsa, comunità, dei sikh.

Morto Baber, il suo erede, Humayun, viene spodestato nel 1540 da un capotribù afgano, Sher Shah Sur. Humayun riesce a riconquistare il trono nel 1555, ed è il figlio Akbar che consolida l’impero. I due imperatori successivi, Jahangir e Shah Jahan, consolideranno l’impero mentre Aurangzeb, ultimo grande imperatore Moghul, annette anche il sud.

La Storia dell’India sotto gli europei

Contemporaneamente si deve evidenziare come nel 1487 fossero arrivati gli europei. La storia della presenza europea nel subcontinente inizia nel 1489, con la spedizione portoghese, comandata da Vasco de Gama, che sbarca a Calicut, sulle coste del Malabar. Il declino dell’impero spagnolo, di cui il Portogallo fece parte tra il 1580 e il 1640, provoca la fine della potenza coloniale portoghese. Al suo posto subentrano i Pesi Bassi che, con la compagnia olandese delle Indie orientali, monopolizzeranno i traffici con l’oceano Indiano per tutta la prima metà del 17°secolo.

L’insediamento europeo, è limitato inizialmente solo alle coste, e avviene con il consenso del sovrano Moghul. Contemporaneamente, la progressiva debolezza dello stato Moghul, favorisce l’ingerenza degli europei nelle vicende della penisola.

A partire dal 18°secolo inglesi e francesi, già avversari nelle guerre di Successione Austriaca (1740-1748) e dei Sette Anni (1756-1763) per l’egemonia sul continente europeo e in quella coloniale, iniziano a contendersi il dominio sull’India. Durante quel periodo i francesi controllavano circa un terzo dell’subcontinente indiano, ma l’esito delle due guerre di cui sopra, sfavorevoli alla Francia, e i successi ottenuti in India dagli Inglesi, lasciarono campo libero a questi ultimi. L’artefice dei successi inglesi è Robert Clive, un ufficiale della Compagnia delle Indie, rivelatosi geniale comandante. Nel 1757, ottiene una vittoria contro il Principe del Bengala, e instaurato un protettorato sull’area, creerà la base della futura espansione inglese nell’area. I successivi governatori facenti capo alla Compagnia delle Indie Orientali, organizzazione che per concessione del governo britannico deteneva il monopolio del commercio asiatico ed esercitava il potere sovrano sui territori conquistati, riusciranno ad imporre il proprio protettorato su moltissimi principi locali. Dal 1773, il Parlamento inglese inizia a controllare la Compagnia; Warren Hastings, nominato governatore nel 1772, diviene nel giro di due anni governatore generale del Bengala, con poteri di sorveglianza sui territori della Compagnia delle Indie. A partire da Hastings, i successivi governatori vengono tutti appellati ‘governatori generali dell’India’, e sotto questi continuerà l’evoluzione della storia del paese e l’espansione inglese, segnata da conflitti con i Maratha, il Punjab e a Mysore con Haider Ali e il sultano Tipu. Altri stati vengono sottomessi al controllo inglese con vari trattati, che includevano clausole come la ‘Subsidiary Alliance’, che prevedeva che ogni stato mantenesse truppe inglesi e che consentiva ad un ufficiale inglese di risiedervi come consigliere, o la ‘Doctrine of Lapse’, nota come teoria dell’estinzione, secondo la quale uno stato passava alla Compagnia delle Indie Orientali, se il re moriva senza lasciare figli maschi. Nel 1857 la Compagnia controllava gran parte del territorio indiano, e a partire dalla rivoluzione industriale, molti prodotti inglesi iniziano a essere commerciati nel sub continente a svantaggio dei prodotti locali. Nel frattempo il malcontento si diffondeva nel paese, poiché i nuovi coloni non si integravano, bensì mantenevano fieramente le distanze e la base in un altro paese. Nel 1857, una rivolta iniziata nelle file dei militari si estende presto ai civili. Nel maggio dello stesso anno i ribelli marciano su Nuova Delhi, e proclamano imperatore Bahadur Shah Zafar. Gli inglesi tuttavia riescono in pochi mesi a riconquistare il controllo su Delhi e le altre regioni insorte. Bahadur viene esiliato a Yangon e i suoi eredi giustiziati.

La storia moderna e il movimento indipendentista

Come in altre parti del mondo anche l’India nel 19°secolo inizia ad essere influenzata dalle idee nazionaliste che stavano dilagando nel vecchio continente. Nel 1885 viene istituito l’India National Congress, una istituzione di base dalla quale iniziare ad avanzare le richieste di indipendenza. Nel 1919 la soppressione delle libertà civili da parte degli inglesi provoca l‘indignazione da parte di tutto il popolo indiano senza distinzione di casta o religione che culminerà con una rivolta soppressa violentemente dai soldati britannici.

È nel 1920 che alla guida del National Movement è nominato Mohandas Karamchand Gandhi, un avvocato della provincia del Gujarat, un uomo che cambierà radicalmente la storia del paese. Noto anche come il Mahatma, o ‘grande anima’, trasforma la sua lotta per l’indipendenza in un movimento di massa, facendo della non violenza, satyagraba, ovvero ‘resistenza non violenta’, il suo punto forte. Il dominio imperiale britannico continua fino alla fine della seconda guerra mondiale. Durante il conflitto si deve ricordare come i soldati indiani contribuirono fortemente alla vittoria degli inglesi, mentre nello stesso periodo la Muslim League di Mohammad Ali Jiannah si stava battendo per la fondazione dello stato indipendente del Pakistan.

La storia indiana evolve nel 1947, quando il Parlamento inglese, con una legge, decide di trasmettere il potere alle autorità indiane. Si sono però già costituiti due stati: l’Unione Indiana (Bharat), sede della maggioranza della popolazione indù, e il Pakistan, formato da due regioni lontane tra loro, a maggioranza mussulmana. La spartizione è stata accompagnata da massicce migrazioni dovute all’odio tra i fedeli delle due religioni. Il 15 agosto 1947 è l’anniversario dell’indipendenza indiana.

La storia dell’India dopo l’indipendenza

Dopo l’indipendenza il governo di Nuova Delhi, incorpora nell’Unione oltre 550 principati rimasti semi-indipendenti durante il periodo di dominazione inglese. Alla fine del 1947 scoppia la prima guerra tra India e Pakistan per l’annessione del Kashmir. La moderazione di Gandhi, che voleva evitare che il conflitto si espandesse alle regioni orientali, gli costa la vita. Nello stesso anno è assassinato da un fanatico estremista indù che lo crede a favore dei mussulmani. Il potere viene affidato a un pandit, maestro, Nehru, una collaboratore del Mahatma Gandhi, che guiderà l’India per i 16 anni successivi segnando profondamente la storia dell’India.

Nehru ha saputo porre le basi di un moderno stato, laico e democratico, un’ economia pianificata e una politica impostata sul non-allineamento sancito con la conferenza di Bandung del 1956. Nel 1962 l’invasione da parte della Cina nella regione nord orientale indiana, e la sconfitta delle forze militari indiane impone la necessità di ammodernare l’esercito.

Nel 1964 Nehru muore e nel 1965 la storia continua la sua evoluzione portando il paese ad una nuova guerra con il Pakistan. Indira Gandhi la figlia, diviene Primo Ministro nel 1966: continua la politica socialista del padre e nel 1971 una delle riforme più importanti sarà volta a privare i principi indiani di titoli e privilegi. Nello stesso anno si arriva alla formale divisione tra il Pakistan orientale e quello occidentale. L’aiuto indiano al Pakistan orientale porterà alla costituzione del Bangladesh.

Nel 1975 Indira Gandhi, dichiara lo stato di emergenza sospendendo molte delle libertà civili, impone la censura sulla stampa e fa incarcerare i dissidenti. Nel 1977 il partito del Nuovo Congresso, che fa capo a Indira Gandhi, perde le elezioni, che però ritorna al potere nel 1980. Nel 1984, viene uccisa da una sua guardia del corpo sikh. A Indira succede il figlio, Rajiv Gandhi, assassinato anche lui nel 1991, una storia di assassini quella della famiglia Gandhi.

Le riforme economiche iniziate durante gli anni ’80 continuano anche dopo l’assassino di Rajiv Gandhi. Dal 1996 l’India è guidata da governi di coalizione con il Partito Nazionalista Indù (BJP) che negli ultimi anni si è rafforzato a scapito dell’Unione del Congresso.

Nel 1998 Amartya Sen, uno dei più noti economisti mondiali, vince il premio nobel per l’economia, e nello stesso anno, Vajpayee diventa Premier.

Nel 1999 un nuovo scoppia un nuovo conflitto con il Pakistan a Kargil. Si deve registrare come nonostante i notevoli progressi realizzati, il paese non è riuscito ad eliminare povertà e disoccupazione. L’alfabetizzazione è passata dal 18% (1951) al 66% (2001). Nel 2000 il numero di abitanti ha superato il miliardo, e dal 2004 il paese è guidato dall’UPA, United Progressive Alliance, di Manmohan Singh.

Cultura India

L’India è un’esperienza di vita, è un’esperienza che attiva tutti e cinque i sensi, dall’olfatto alla vista. È una terra di paradossi, di contrasti, che pulsa e che travolge che, o si ama al primo viaggio o si rifugge immediatamente ma che comunque è destinata a restare impressa nella storia personale di chiunque decida di visitarla.

È un paese che vanta una storia antica oltre 5000 anni, che ha subito l’influenza della cultura ariana stanziatesi nella zona settentrionale del paese nel 1500 a.C., dalla quale la principale eredità culturale è stato il sistema delle caste, un sistema discriminatorio che per quanto sia proibito dalla legge, continua ad esercitare un peso notevole sulla cultura, la storia e la società.

Popolazione

L’India è un ‘melting pot’, un paese che nel corso della sua storia ha saputo accettare e assimilare gli stranieri, le culture che provenivano da fuori, e alle volte, plasmarle su di essa. A causa di ciò non si può dire che in India via sia uno stereotipo razziale o una cultura monolitica atta a definirla.  La popolazione che vive al sud ha generalmente tratti somatici più morbidi e una carnagione più scura rispetto alla popolazione del nord che con tutte le eccezioni del caso, ha di norma una carnagione più chiara e tratti più ‘spigolosi’. Mentre quella che vive o proviene dalla parte orientale del paese, ha tratti per lo più mongoli. Oltre 70 milioni di Indiani, appartengono a numerose tribù, dai gruppi protoaustraloidi dell’Orissa, ai popoli Mon-Khmer del nord-est.

Questa differenza della popolazione ha avuto un riflesso nella storia, nella cultura e sopratutto nella lingua. In India si parlano numerosi idiomi. Tecnicamente vi sono 17 idiomi principali più una serie infinita di dialetti regionali, e qualcuno è arrivato a contarne più di 2000. Secondo la costituzione indiana comunque, sono l’hindi e l’inglese le lingue ufficiali. L’hindi è l’idioma più diffuso, ma molti stati a minoranza hindi preferiscono usare la propria lingua, come nel Tamil Nadu, dove viene parlata la lingua tamil considerata una delle lingue più antiche della cultura e storia indiana. Il bengali è anche una lingua propria e non un dialetto, e vanta oltremodo una ricca letteratura.

Religione

In India la religione è molto importante, non è un semplice fattore esterno che può indicare l’appartenenza o meno ad un gruppo, bensì è un qualcosa che permea in ogni aspetto dell’esistenza e della cultura. L’induismo è la religione dominante praticata da più dell’80% della popolazione. A seguire viene la religione islamica. L’India dopo l’Indonesia, vanta la seconda popolazione musulmana al mondo.

Per quanto riguarda l’induismo, è una religione che è difficilmente definibile. Non esiste una filosofia unica che ne determini una base comune. A questa religione non si può attribuire un fondatore specifico nè un unico libro, come può essere il corano per i mussulmani o la bibbia per gli ebrei e i cristiani. Il Rig Veda, l’Upanishad e il Bhagwad Gita, possono essere considerati i testi sacri dell’induismo. A differenza della maggioranza delle religioni, l’induismo non propugna il culto verso una divinità particolare. Si può venerare Shiva o Vishnu, come anche Rama o Krishna o qualsiasi altro spirito. Gli dei indiani sono immortali con molte connotazioni umane. Ecco quindi che Rama, l’eroe del Ramayana, rappresenta l’onore, il coraggio, il valore, e per questo viene considerato un modello di virilità. Krishna, il cui nome in sanscrito significa ‘nero’, a indicarne la complessità, gioca un ruolo molto importante nella grande epopea culturale della religione induista. Figlio della famiglia nobile dei Matura, è considerato l’ottava reincarnazione di Vishnu, l’Avatar (ovvero un corpo che un Dio assume per reincarnarsi) per eccellenza. Si dice che la sua morte, sopravvenuta nel 3102 a.C. segni la fine del Dvapara Yuga, la terza era del mondo, e l’inizio del Kali Yuga l’era attuale. Shiva, al contrario si dice che non si incarni, che non abbia necessità di un Avatar poiché è nel mondo, non deve discendere in esso come Vishnu. Shiva è generalmente rappresentato con un cobra attorno al collo e con il terzo occhio. Shiva ha diversi valori e sembianze, alle volte in apparente contraddizione tra di loro, è l’archetipo della cultura indiana. Shiva infatti è il più calmo e perfetto degli asceti, ma è anche lo sfrenato danzatore cosmico; Shiva è la forza che dissolve, distrugge i mondi a seconda di come si muove ma nel contempo rappresenta colui che rigenera questi mondi, li preserva; è il genitore che taglia la testa al figlio ma anche colui che beve il veleno per salvare l’umanità. Vishnu è invece considerato una divinità onnicomprensiva avente molteplici aspetti: onniscienza (jnana), potenza (shakti), energia (bala), immutabilità (verya) e tejas (lucentezza). Vishnu è considerato un dio supremo, e viene rappresentato con quattro braccia.

L’islam inizia a diffondersi in India intorno al 12°secolo sotto la dinastia Moghule avrà una forte influenza nella cultura e storia indiana. In una prima fase, questa religione viene diffusa in maniera aggressiva, ma successivamente grazie ai mistici dell’Islam, ovvero i sufi, che predicavano concetti quali la pace e l’amore universale, si farà più morbida.

La religione sikh, compare nei primi anni del 16°secolo nello stato del Punjab, nell’India del nord. Il fondatore è Guru Nanak. Nato indù, una volta cresciuto inizia a predicare l’unità di entrambe le religioni. Il sikismo, propugna il monoteismo, ergo l’adorazione di un solo Dio. Si oppone al sistema delle caste sostenendo che tutti gli uomini sono uguali. L’identità sikh è molto ben definita e marcata all’interno della cultura e comunità indi, e rappresenta meno del 2% della popolazione totale.

Secondo la tradizione invece, il cristianesimo si diffonde in India con San Tommaso, uno degli apostoli di Gesù Cristo, che avrebbe passato nel sub continente alcuni anni e secondo alcuni lì morì. Altri ritengono che sia stato San Bartolomeo, mentre stando ad altre fonti, è a partire del 1544, con l’attività missionaria di San Francesco Javier, un missionario portoghese che inizia a diffondersi. Si rifonderà ulteriormente nei secoli 18° e 19° grazie all’opera di missionari protestanti e cattolici. Resta che il cristianesimo non ha avuto un impatto forte nella cultura e storia del paese, non segnandolo come ha invece operato in altri paesi del pianeta.

Il Buddismo, si origina dall’induismo, ed è una delle religioni più diffuse in Asia. Alla base del pensiero buddista c’è il raggiungimento del Nirvana, ovvero l’illuminazione.

Il giansenismo, che predica anch’esso un’elevazione sul modello buddista, e lo zoroastrismo una filosofia dualista che ha origine in quella che oggi è l’Iran, sono le altre due religioni presenti in India.

Architettura

Nella cultura indiana l’architettura indiana è legata alle religioni del paese. Ci sono templi induisti, buddisti e gianisti, che hanno caratteristiche comuni, come i tipici blocchi orizzontali che spesso sono decorati con immagini sacre. Gli stupa, monumenti funerari, sono i più antichi monumenti buddisti. I vihara, monasteri, erano abitazioni per i monaci buddisti. I templi induisti sono caratterizzati dall’avere una torre sopra il santuario. Vi è una differenza tra quelli meridionali e settentrionali: quelli settentrionali sono caratterizzati da guglie ricurve circolari, mentre quelli meridionali da guglie piramidali su più livelli. Le moschee e le tombe hanno la classica impostazione architettonica araba, con minareti, la cupola a cipolla che sovrasta la sala centrale. L’architettura abitativa è stata influenzata durante il 19° dai britannici che hanno mescolato elementi classici islamici con quelli europei neoclassici. Uno stile noto come indosaraceno, espressione di orgoglio imperiale. La stazione Victoria Terminus, l’università di Mumbai, l’Alta Corte e la stazione di Egmore a Chennai. Nuova Delhi è la rappresentazione più maestosa di questo stile.

Musica e danze

Ovunque danza e musica manifestano la cultura e l’evoluzione della storia di un paese, e in India  sono strettamente legate alla religione. Hindustani e carnatico sono i due stili principali indiani. La musica carnatica è tipica dell’India meridionale, ed è caratterizzata dall’uso di strumenti a percussione. La musica hindustana è caratterizzata dal non uso di spartiti che consentono di lasciare molto spazio all’improvvisazione. Nella danza molto importante sono i movimenti delle mani, tutte espressioni codificate nel Natya Shastra, un trattato del 4°secolo. Le danze più note sono, la danza dell’Orissa, nata per ringraziare gli dei, la Bharat Natyam, che origina nella regione Tamil Nadu, e si basa sui movimenti di occhi e mani, e la danza Manipuri, che interpreta la leggenda di Rahda e Krishna.

Cucina

Come ci sono una miriade di dialetti e più religioni professate, così la cucina indiana è molto varia e differente da regione a regione rispecchiando in questo modo la diversità culturale dell’India. Non esiste un piatto nazionale, bensì una varietà di piatti regionali. Molti dei principi dietetici si rifanno ai testi sacri dell’Ayurveda, che regolano il dosaggio e l’uso delle spezie. Si dice che un indiano può, attraverso l’assaggio di un piatto, dire origine, religione e casta del cuoco.

Nella cucina del nord, viene molto usato lo yogurt, non si usano molte salse, e si tende a mangiare molta carne grigliata. Si usa molto la cottura al ghee, un tipo di burro chiarificato. Nello stato del Punjab è nato il tandaoori, uno dei piatti più noti della cucina indiana, carne marinata accompagnata da salse allo yogurt. Il Kashmir è famoso per le sue carni e i piatti molto speziati, ed è qui che viene prodotto il peperoncino che si usa nel paese. Molto noto sempre in questa regione, il wazwan, è un banchetto di 24 portate che ha come ingrediente principale l’agnello.

Al sud la cucina è principalmente vegetariana. Molto diffuso l’uso di legumi e cereali, il riso che arricchisce le molteplici salse che vengono utilizzate. Lo stato di Karnakata, è il paradiso del pesce. In questa regione, la terza settimana d’agosto hanno luogo i grandi mela, ovvero grandi feste, per la celebrazione della fine del monsone, e per la noce di cocco considerato ‘l’albero della ricchezza’. La cucina nello stato del Tamil Nadu, tipicamente vegetariana è a base di tamarindo e curcuma.

Nello stato del Maharashtra, la cui capitale è Bombay, si può gustare una delle cucine più ricche della tradizione indiana. Moltissimi gli ingredienti che vengono usati, moderato l’uso delle spezie, si coltivano cipolle, arance, lime, lichees e miglio.

In quella che invece è la zona del golfo del Bengala, dove c’è il delta del Gange, al confine con il Bangladesh la cucina è a base di pesce e verdura.

L’India è molto conosciuta per la sua ospitalità. È consuetudine che anche chi abbia poco condivida con lo straniero quel poco che ha. L’usanza vuole che il primo piatto di ogni pasto venga portato ai piedi dell’albero sacro in onore alla dea Shiva. Il saluto tradizionale indiano, il namaskar, è fatto con le mani giunte portate davanti al petto.

Per quanto riguarda le regole da seguire durante i pasti, si usa tendenzialmente mangiare con la mano destra. Non viene utilizzata la sinistra poiché è considerata la mano impura. Gli indiani che vengono dal nord tendono a mangiare usando la punta delle prime tre dita, l’opposto degli indiani del sud. È il pane a fare da ‘posata’ e le portate vengono servite tutte insieme. Questo pasto dove tutto è servito contemporaneamente si chiama, thali, e il nome deriva dal piatto in cui si serve il cibo. Nel nord questo piatto è di differente materiale a seconda della ricchezza della famiglia, quindi acciaio, rame o argento. Al sud si tende ad usare foglie di banano. I katori, sono invece le ciotole di terracotta dove si mettono le salse.

Il pane è molto importante nella cucina indiana perché per l’appunto funge anche da utensile, molto spesso viene prima della cottura cosparso con cipolla tritata e semi. Uno dei più noti è il naan, una pane della tribù sikh del Punjab, che è un pane lievitato. Il pane lievitato è di origine islamica perché il vero pane indiano non lo è. Il naan, si cuoce in un forno tandoor, si cosparge di semi di papavero o sesamo e si può anche farcire con carne, formaggio o curry di verdure. Il roti, e il rumali, sono due tipi di pane grigliato. Molto famoso anche il poori, un pane fritto che si mangia di norma nella regione del Bengala.

La cucina più famosa esportata all’estero è quella tandoori, della regione del Punjab, divisa tra Pakistan e India. È una cucina magra, che utilizza per lo più il tandoor, un forno speciale in terracotta interrato nel suolo. I piatti più noti sono il pollo tandoori e il pesce tandoori, che è però una creazione di Mumbai.